RSS news directory. Notizie in rilievo.
HOME INVIO DI ARTICOLI RICERCA
» Home » BLOG » personaggi famosi »
:: Selvaggia Lucarelli

Pensatoio

il blog di Selvaggia Lucarelli

 << Feed precedente / Feed successivo >>
Belen e Corona: l'incontro chiarificatore

Il settimanale "Top" (il numero è ancora in edicola) mi ha chiesto di immaginare l'incontro chiarificatore Corona/Belen dopo l'uragano De Martino. Eccolo:

Location: casa di Fabrizio Corona.
Il suo tatuatore di fiducia, gli sta cancellando con devota maestria l’ultimo tatuaggio comparso improvvisamente sulla nuca di Fabrizio: due cornazzi da gnu striato della savana africana. Fabrizio è nervoso. La mattina ha avuto un’accesa discussione al commissariato di zona perchè ha provato a barattare sei punti della patente con sei punti fragola dell’Esselunga ma il poliziotto è stato inflessibile perfino quando Corona gli ha offerto in cambio il trasferello originale della farfallina di Belen più uno stage di sei mesi con i suoi paparazzi sotto casa di Bobo Vieri alla modica cifra di 56mila euro non fatturabili.
Nel primo pomeriggio poi gli è poi arrivata voce che Belen è andata a vivere con Stefano, la sorella Cecilia s’è fidanzata con Leon Cino e il fratello di Belen Geremia con Valerio Scanu. E che tutti insieme improvvisino torbidi giochi erotici utilizzando come sex toy la piastra inventa ricci di Scanu. Fabrizio afferra il telefono e compone il numero di Belen. Dopo sei squilli Belen risponde: “Ciao Fabrizio, scusa se c’ho messo tanto ma sto lavorando e non volevo perdere il filo”. “Un’intervista?”. “No sto rammendando un perizoma fucsia che stasera presento una convention di bancari e non so che mettermi”. “Ah. Senti, io credo che dovremmo vederci un attimo per chiarire la situazione”. “Sì, hai ragione, solo che vorrei evitare i paparazzi”. “Anche io”. “Giusto. Vediamoci in un posto defilato”. “Assolutamente. “Basta mettere la nostra vita in vetrina”. “Sacrosanto”. “Ok, allora ci vediamo all’Hollywood a mezzanotte”. “Ok, io sarò quella con la spallina calata e il capezzolo che spunta a mia insaputa, a dopo.”.
Location: privè dell’Hollywood. Belen arriva preceduta dalla Petineuse, la sorella Cecilia, l’agente della sorella Cecilia che le cura l’agenda di tutte le inaugurazioni di pizzerie al taglio fino a giugno perchè da luglio poi passa a quelle dei chioschi di grattachecche. Fabrizio Corona entra nel privè preceduto da una Canon reflex. Fabrizio: “Come va il taglio?”. B: “Eh insomma, c’ho la faccia mezza in ombra, dì al buttafuori se può spostare quella strobo che poi in foto vengo male!”. F: “Non intendevo il taglio di luce. Intendevo il taglio sul braccio”. B: “Ah. Ho dieci punti”. F: “Quelli che mi hanno tolto ieri sulla patente”. “Cosa avevi fatto questa volta?”. “Sono entrato in autogrill contromano col suv”. “Ma alla pompa di benzina?”. “No, al bancone dei camogli”. “Vabbè senti Fabrizio, mi spiace se ti ho dato un dispiacere”. “Lui è la cosa più importante per te?”. “Sì, senza di lui non sarei andata da nessuna parte”. “Ma se lo conosci da un mese”. “Ah , ma parlavi di Stefano? Pensavo intendessi il mio culo.”. “Non è l’uomo per te, non è abbastanza maschio”. “Fabrì, fidati. Tu le mutande le tiravi dal balcone, a lui tirano sul cavallo”. “Vabbè. Passiamo al tasto doloroso. Come facciamo col tatuatore?”. “Come in tutte le coppie che si separano. Starà con me ma potrai vederlo a weekend alternati e potrete fare un mese di vacanze insieme”. “Mi sembra giusto”. “Va bene, allora le cose importanti ce le siamo dette”. “Il cd col filmino hard con Stefano me l’hai portato?”. “Sì, eccolo. Stavolta sul comò abbiamo pensato di sostituire il gatto con la De Filippi”. “Bella idea”. “Lo metti domani in rete a mia insaputa?”. “Certo. Diremo che è stato girato quindici giorni fa , quando Stefano era minorenne”. “Perfetto!”. “Ora vado. Devo portare una maglia coi teschi a Hollande che se la mette per il vertice europeo a Bruxelles”. “Tieni”. “Cos’è?”. “E’ il calzino fucsia che ho messo ad Amici dopo l’incidente! Dallo alla Merkel, la stimo tanto”.

La dieta Dukan: meglio Scientology



Ho letto il libro “La dieta Dukan” e ho finalmente capito la ragione di un successo mondiale senza precedenti. La dieta del dottor Dukan funziona, irretisce e raccoglie frotte di pingui proseliti in ogni angolo del globo, perchè non è un regime dietetico, no, è Scientology.
E’ un credo in grado di intaccare anche l’ateismo più ostinato e coriaceo. Finisci di leggere la dieta Dukan e tocchi delle punte di fanatismo tali che saresti capace di farti saltare in aria nella prima friggitoria all’angolo. Pensi che ci sia un Paradiso con 72 oli vergini che ti aspettano. Il motivo è semplice: Dukan è il genio del male. Leggi le sue teorie e dici: i suoi detrattori non hanno capito nulla, non è la dieta a essere squilibrata, ma è il dottor Dukan a esserlo, squilibrato. La leggi e dici: questo non è un manuale per dimagrire , è il Mein kampf della bieta scondita. E’ un’accozzaglia di teorie bislacche e piuttosto che seguirle mi tengo il peso specifico del cemento idraulico. E manco a dirlo, dopo tutta una serie di ragionamenti lucidi e assennati, chiudi il libro e ti ritrovi a seguire religiosamente la dieta Dukan.
E allora, visto che io mantengo saldo il mio spirito critico anche al secondo giorno di fame (e vi garantisco che la mia, in questo momento, è la fame di tutti i neonati del mondo), vado ad analizzare i punti chiave di questa dieta in modo che chi non c’è ancora cascato, possa abbandonare il proposito. Intanto, la dieta è suddivisa in quattro passaggi fondamentali: attacco, crociera, consolidamento, stabilizzazione. I nomi non sono scelti a caso. La prima fase si chiama attacco perchè dopo sessantaquattro minuti circa di dieta Dukan ti prende un attacco di fame che se non reperisci una braciola entro otto secondi addenti il bicipite del controllore sul tram. La fase crociera è così denominata perchè dopo una settimana di Dukan ti mangeresti anche Schettino e al passaggio di un vassoio di babà fai l’inchino e ti commuovi pure. Quella detta “consolidamento” si chiama così perchè alla terza settimana l’idea che tu stia facendo una boiata è definitivamente consolidata. E infine c’è la stabilizzazione, che più o meno significa questo: dopo un mese di fame oscena , il tuo umore si è stabilizzato su quello di uno schizoide omicida. Detta così, sembra che il dottor Dukan tenga i suoi pazienti a stecchetto. E invece no, la furbata è che in teoria, il malefico, ti dice di mangiare quanto vuoi. Il problema è che la prima settimana puoi ingurgitare solo proteine, per cui le cose sono due: o uno si autoregolamenta da solo o dopo il sesto filetto al sangue gli spuntano i braccini retrattili del t-rex del Cretaceo.

Ovviamente il dottor Dukan prova a infiocchettarti il pacco nelle maniere più bieche. Per esempio, proponendoti delle scoppiettanti alternative al trittico più deprimente della storia dopo quello Moggi – Giraudo – Bettega, ovvero carne-uova-yogurt, e cioè IL TOFU. Che voglio dire, fa schifo perfino il nome, figuriamoci masticarlo. Oppure ti invita allegramente a saziarti a volontà di lingua di vitello e agnello, roba che se provi a ordinare un piatto del genere al ristorante ti ritrovi lapidato dagli animalisti prima dell’ammazzacaffè. O perchè no, in alternativa alla bresaola, puoi abbuffarti di seitan, tempeh e di golosissime proteine-di-soia-testurizzate. Ecco. Io so di gente che ha provato a imbarcare su un volo di linea la soia testurizzata ed è stata incappucciata e portata via dai reparti speciali dell’antiterrorismo. Dukan non ti dice neanche di mangiare scondito, ci mancherebbe. Ti chiede solo amabilmente di evitare l’olio d’oliva e di sostituirlo con quello di vaselina. Avete capito bene. La vaselina. Che uno si chiede se ‘sto tofu se lo deve solo mangiare o a sodomizzarlo pure c’è un ulteriore dispendio di calorie. Infine, Dukan si raccomanda di consumare un cucchiaio e mezzo al giorno di crusca perchè dà appagamento psicologico. E qui è chiaro che il dottore vaneggia. Se il dottore mi vuole consolare psicologicamente dopo sette giorni di fesa di tacchino a colazione, sostituisca la crusca con Ryan Gosling a volontà, all’ora della merenda, grazie.

Poi ci sono tutta una serie di concessioni alimentari che andrei ad argomentare. E’ permesso mangiare in abbondanza ostriche, aragoste, scampi, tartufi di mare e capesante. Certo. Dieci giorni di aragoste e una si ritrova trionfalmente entrare sì in una quaranta ma anche nella lista dei pignoramenti bancari 2012. In tutto ciò, Dukan garantisce che la fame sparisce entro tre giorni. In compenso, al primo calo glicemico, potrebbero apparirvi Padre Pio, Mike Bongiorno e i dodici apostoli, ma sono inezie. I veri deliri però iniziano quando il dottore comincia a parlare dell’importanza del fattore-freddo. Ovvero. Se bevi freddo consumi calorie. Ma anche se mangi freddo. Pure se ti copri poco e prendi un po’ di freddo. Se ciucci sei ghiaccioli senza zucchero consumi 60 calorie. E se fai una doccia fredda consumi 100 calorie. Insomma, ci vuole poco a capire che con la broncopolmonite fulminante e un mese a nutrirti con la cannuccia puoi perdere anche 15 chili. Che poi messa così uno non sa neanche più se Belen gira vestita con la canotta a dicembre perchè le piace mostrarsi o perchè fa la Dukan. E infine, c’è la faccenda delle controindicazioni, che poi ha regalato a Dukan una fitta schiera di detrattori. La dieta iperproteica affatica i reni. Dà affaticamento, causa stitichezza, provoca la caduta dei capelli e regala l’alito di un cinghiale costipato. Della serie: è la lista dei sintomi post-Dukan o lo stato di salute di Angelino Alfano dopo i risultati elettorali? Ed è inutile che i fan della dieta ricordino al mondo che l’ha seguita anche Kate Middleton a una settimana dal matrimonio: ora ho capito il perchè di quella faccia. Non era l’idea di ritrovarsi quella suocera a vita, ma i postumi della Dukan. E ora scusate ma vi lascio perchè devo seguire un principio ferreo della dieta del professore: trenta minuti di camminata al giorno. Che poi sono esattamente quelli che mi separano dal primo Mac Donald’s di zona. Voi continuate pure la Dukan. E “Stay hungry, stay foolish!”. A me sono bastati due giorni, da folle affamata.

Elogio della Santarelli che sdogana le smagliature

Il mio pezzo su Libero di oggi:

Le donne lo sanno bene. Ci sono due cose irreversibili in questa amara vita terrena: la morte e le smagliature. Che poi, a dirla tutta, qualcuno dall’aldilà racconta pure di essere tornato, ma ad oggi non esiste prova o testimonianza attendibile della reversibilità della smagliatura. Non esiste donna in grado di sostenere che quell’odioso reticolato di crepe biancastre possa essere cancellato e sconfitto. La smagliatura è la promessa d’eternità che la natura ha deciso di regalare alla donna: una smagliatura è per sempre. Ed è forse per questa idea di cupa ineluttabilità che è sempre stata un tabù. Trovi la star che ironizza sul suo naso, quella che scherza sulla cellulite, quell’altra che dichiara di avere lo stesso numero di scarpe di un’ala dell’Nba, ma sulle smagliature c’è un’ omertà che neanche sulla mafia garganica. Mai una star che abbia detto: ebbene sì, dopo la prima gravidanza sono tornata in forma a tempo di record, ma sulla chiappa destra m’è rimasta tatuata la foce a Delta del Mississipi. Mai. Perfino le paparazzate al mare, quelle fatte a tradimento, col sole allo zenit (e si sa che il sole allo zenit è il massimo amplificatore di tutti i difetti, roba che in quell’ora del giorno tutte le donne in bikini dotate di senno dovrebbero scegliere il coprifuoco come durante i bombardamenti aerei), hanno mai immortalato una smagliatura come Dio comanda. Florilegi di ginocchia flaccide, seni cadenti, culotte de cheval e perfino cicatrici da liposuzione, ma mai un bel primo piano di una coscia infestata da quegli odiosi rampicanti madreperla. Finchè non è arrivato il sorprendente colpo di teatro di Elena Santarelli, che a sorpresa, su twitter, ha postato due foto che non t’aspetti da un sex symbol di quelli indiscutibili e statuari e , soprattutto, da una che qualche anno fa aveva dichiarato con rara spudoratezza: “Il seno nuovo è stato il più proficuo investimento per la mia carriera”. Le foto in questione sono due primi piani delle sue cosce sì tornite, ma pure segnate da qualche inconfondibile striatura biancastra. Che Elena, sempre nei tweet che vi sto descrivendo, presenta ai suoi followers con tanto di nomi di battesimo per le sei smagliature immortalate: Genny, Mary e Frida quelle a sinistra e Gina, Pina e Lina quelle a destra. Il tutto, corredato di hashtag #vivaleimperfezioni. Ebbene sì. Sto per tessere le lodi di una showgirl bionda, alta 1,80, con calendario/tetta finta in curriculum e accasata con un calciatore, ma giuro, non sto fumando foglie d’assenzio essiccate. Sono lucidissima. Perchè Elena Santarelli non ha solo dimostrato di essere un raro esempio di autoironia in un mondo di sciacquette che passano le giornate a twittare le foto del piede fresco di pedicure e a ritwittarsi complimenti sui loro shatush così-belli-che –sembrano-naturali-mio-dio-voglio-l’indirizzo-del-tuo-parrucchiere, ma anche di essere la moderna paladina di una micro rivoluzione del costume: Elena Santarelli ha ufficialmente sdoganato la smagliatura. Come la Carrà ha sdoganato l’ombelico, Silvio la bandana, Bersani il peroncino, Casini il divorzio e Conte il parrucchino. La Santarelli è una rivoluzionaria, è il Che Guevara dell’imperfezione. E io gliene sono grata. Soprattutto perchè non è la Littizzetto o una qualsiasi racchia che con l’empatia e la paracula identificazione delle brutte ci si compra la casa al mare. Le sono grata perchè è disgustosamente bella ma è banalmente imperfetta, come tutte, e ha scelto di raccontarcelo. E un coming out del genere, per una che fonda la sua carriera su meriti estetici più che su competenze umanistiche, è ancora più apprezzabile e coraggioso. Certo, una cosa va detta. Quelle che la Santarelli chiama smagliature, potrebbero anche sembrare la zampata di un coniglio nano. Diciamo che una donna media, dopo una gravidanza, sulle cosce ha lo stradario di Los Angeles e Elena ha il reticolato di viuzze di San Gimignano, ma è il gesto, quello che conta. E il gesto della Santarelli, su twitter, web e giornali ha ricevuto, meritatamente, così tante lodi,encomi e consensi che ora ho solo un raccapricciante timore: non è che domani Sarkozy metterà su twitter le foto delle sue chiappe smagliate?

WordPress

Udite Udite, o lettori
il blog sta passando a Wordpress.

Sulla "discussione" con Presta

Ho visto che un po' di siti hanno ripreso la cosa e molti mi hanno scritto in privato, quindi spendo due parole sulla discussione avuta con Lucio Presta su twitter. Cioè, che lui ha avuto con me perchè io non l'ho cercato, non ho risposto agli insulti e ho abbandonato la polemica dopo mezzo tweet, appena ho capito i toni della controparte. (sono acida, vecchia, invidiosa etc..) Odio il far west, odio il gallinaio, odio qualsiasi forma di discussione pubblica che non si giochi sui toni dell'ironia. Se ho da dire due paroline a qualcuno, utilizzo ancora il telefono. La platea è il lavoro, non il privato. Su quello che mi è stato detto, non commento. Ho imparato, negli anni, che se ti lasci tirar dentro in discussioni da chi non conosce i codici elementari dell'educazione, finisci per adeguarti al registro e non fai una bella figura neppure tu. Credo che le persone (e i loro tweet) si raccontino piuttosto bene da sole. Il problema all'origine di tutto, in parole semplici, è che l'altro giorno avevo scritto che Benigni ha la faccia impanicata di quello che ha paura di non far più ridere. (Benigni è di Presta)

Dico solo una cosa, che è l'unica degna di un qualche interesse perchè va al di là di uno scambio cretino di tweet. Bisogna che chi è esposto pubblicamente si abitui al vento che tira. Su Twitter, più che in qualsiasi altro luogo virtuale, trova la sua dimensione ideale quell'esercizio utile e da tempo appannato che si chiama dissenso. C'è un risveglio generale dello spirito critico, anche feroce, anche spietato, anche implacabile. Spesso "solo" in quella felice veste che è la satira. Si abituassero, tutti quelli che al massimo fino a ieri si incazzavano per le dieci righe all'acqua di rose di Aldo Grasso. Io mi becco i miei cento stronza quotidiani e benchè la volgarità abbia un effetto stordente a cui fatico ad abituarmi, prendo e porto a casa. Oggi se un programma fa schifo, se un politico è loffio, se un comico non fa ridere, è uno tsunami di critiche a colpi di 140 caratteri. Alcune cretine, alcune volgari e molte sacrosante, ficcanti e spassose. Ancora più ridicolo che a cercare di tappare il buco nella diga di commenti, ci sia il dito di un agente. Gli agenti dovrebbero essere il buon senso, il piglio saldo e l'ars diplomatica di chi rappresentano. Dovrebbero essere defilati e invisibili, pingui dietro le quinte e aerei davanti. Secondo me, un agente su twitter non ci dovrebbe stare , ma qui entriamo nella sfera delle opinioni personali e ognuno fa quel che gli pare. Però di una cosa sono certa: gli agenti non sono giustizieri. Le loro rappresaglie più o meno silenziose, se scrivi quello che secondo loro non dovresti scrivere, le hanno sempre fatte e sempre le faranno, ma andare a insultare pubblicamente chi esercita il libero diritto di critica e satira sul web, per giunta mettendoci la faccia, mica col nickname Fiorellino68, perchè reo di aver toccato "un protetto", beh, mi pare vanamente arrogante. Potrei dire anche vagamente intimidatorio, ma non voglio scomodare termini che meriterebbero panoramiche più approfondite su cosa significhi esercitare l'ironia in questo ambiente.

Detto questo, io posso non star simpatica, posso non piacere, posso stare sonoramente sulle balle, ma non è con il vaffanculo pubblico e le sottintese conseguenze che mi argini. E mica perchè sono l'eroina di 'sta minchia. E' solo perchè sono libera. Non incosciente o particolarmente coraggiosa, ma proprio libera. Non faccio parte di grandi scuderie, non sono ingranaggio di grandi macchine, non sgomito, non sono l'asterisco nel contratto di nessuno. Questo mi toglie tanto (soldi, opportunità, vetrine che contano) e mi regala tanto: leggerezza, indipendenza, l'opportunità di mettermi in gioco. E soprattutto, onestà intellettuale. Che vuol dire fare una critica a Benigni o Fabio Volo senza preoccuparmi degli strali di agenti, di equilibri di rete, di pr che possono implodere. Non ho mai scritto nulla di nessuno per sistemare mie questioni personali. Non me ne frega nulla, non mi sento Rambo, non coltivo livori che irrancidiscono l'ironia, non ho strategie di partito, non ho un disegno sovversivo che miri a sparare miccette sulla scuderia di questo o quell'altro. E infatti, non è che mi sia segnata il nome di Presta sul libro nero. Mi diverto e sono questo. Ho un agente sobrio e dedico la maggior parte del tempo alla scrittura, che è anche e soprattutto un lavoro faticoso e solitario. E ora tornerei a cazzeggiare e anche a fare il mio lavoro seriamente, che provare a spiegare 'sta roba è come spiegare una barzelletta. Se non l'hai capito subito, difficile che t'arrivi dopo. Vi voglio bene. Voglio una famiglia numerosa e la pace nel mondo. E dedico questo oscar a Leon e alla tata filippina che l'ha cresciuto mentre io giocavo a videopoker. Ciao Gaiaaaaa!

Brad Pitt e la sciura Jolie

Il mio pezzo sul matrimonio Pitt/Jolie su Libero di oggi:

Qui bisogna che qualcuno lo dica. La vera notizia non è tanto il fatto che Brad e Angelina si sposano, ma quello che Pitt aveva dichiarato tempo fa ad un giornalista, ovvero: “Mi sposerò quando Clooney potrà sposare il suo fidanzato”. E se aggiungiamo che è di qualche giorno fa la notizia che George si sarebbe mollato con Stacey Keibler, qui mi sa che sta per arrivare la prova regina di tutti i nostri ancestrali sospetti: quello che più piaceva a George di Elisabetta nostra, non era l’occhio da cerbiatta, no, era il suo beautycase. Detto questo, sì, ci sarebbe anche l’altra notizia: Joe Black e Lara Croft, stanno scegliendo le bomboniere. Dopo sette anni. Una coppia normale, al fatidico settimo anno, chiede la mediazione dell’avvocato anche per decidere a chi spetti tenere il set da sei tazze Italia ’90, e loro si sposano. Anzi, annunciano il fidanzamento alla vecchia maniera, con tanto di diamante al dito della Jolie, come se dopo sette anni insieme, sei figli e 87 red carpet avvinghiati come cozze pelose, qualcuno potesse avere il sospetto che in realtà fossero solo buoni amici. Una roba di un vecchiume, quella dell’annuncio di fidanzamento, che perfino la regina Elisabetta, sfogliando il The sun, avrebbe commentato a corte: “How ancient ‘sti due!” (quanto so’ antichi ‘sti due!) E secondo me, proprio in quell’anello e nel contorno anacronistico della faccenda, c’è la chiave di tutto. E’ il coronamento di un sogno per Angelina e quello di un incubo per Brad. Sì, lo so che ora il maschio medio storcerà il naso. Se la Jolie è un incubo allora tutti a mangiare peperonata prima di andare a dormire. Lo so che Angelina è, nell’immaginario, neanche una bomba sexy, è l’arsenale atomico della seduzione. Ma parliamo, appunto, di immaginario.

Provate per un attimo a immaginarvela, la vita con una così. Brad Pitt ha preso la più grande fregatura della sua esistenza, ve lo dico io. Pensava di aver conquistato la ragazza interrotta e invece s’è ritrovato una sciura al cui confronto le signore milanesi che prendono il tè al Baglioni il sabato pomeriggio, sono Bestie di Satana, ve lo dico io. Partiamo dagli inizi. Lui la conosce nel 2005. Oltre ad avere quegli occhi e quella bocca, la Jolie ha, all’epoca, trent’anni, due divorzi alle spalle e la bellezza di due figli adottivi, uno cambogiano di quattro anni (Maddox) e una etiope di sei mesi (Zahara). Che lui adotta nel giro di un anno. Morale: in meno di 12 mesi Brad si ritrova dal cambiare tono delle meches ogni due settimane a cambiare pannolini ogni tre ore. E a scaldare sì, il letto della Jolie, ma pure biberon all’alba. Il maschio medio dopo i 30 anni fatica già ad accettare una donna con un gatto siamese, figurati una con tutta ‘sta ciurma. La Jolie però non è contenta. Vuole un figlio da Brad e lui, che pensava di essersi fidanzato con l’attrice maledetta, comincia a realizzare che Angelina è passata dalla collezione di coltelli alla collezione di marmocchi. Non solo. Rimane incinta e decide che partorire nella clinica a Los Angeles con la stanzetta da 2500 dollari a notte, i gladioli freschi sul comodino e la tv fissa sulla Cnn non va bene, no. Lei vuole partorire in Namibia. Il maschio medio arriva nell’ ospedale a due isolati da casa che il bambino ha già fuori la testa e lui, il povero Brad, aspetta che comincino le doglie tra dune e giraffe, senza manco la suocera a dargli il cambio, a portargli un kebab in ospedale, nulla. La chiamano Shiloh Nouvel, che più che un nome pare un canto di Natale, ma Brad non protesta. Le stanno ancora medicando il cordone, che la Jolie decide di adottarne un altro. E qui il maschio medio avrebbe selezionato il nome Aniston dalla rubrica del cellulare e avrebbe digitato un “Ripigliami” in namibiano boscimano. Brad invece la asseconda e dopo dieci mesi arriva Pax, di anni tre. Ora, io non so a voi, ma a me i bambini piacciono molto. Se però mi chiedessero di scegliere tra il ritrovarmi un bambino di 5, uno di 4, uno di un anno e una di 6 mesi e l’ arruolarmi nelle truppe scelte cecene, io sceglierei la seconda. Ecco. Brad non solo se lo fa star bene, ma nel giro di un anno Angelina è di nuovo incinta. E qui viene il bello, perchè la sciura ricorre all’inseminazione artificiale con la seguente motivazione: non voglio sottopormi allo stress di tentare di rimanere incinta. Cioè, lei preferisce sollazzarsi con una provetta che con Brad Pitt. Un’umiliazione di fronte al quale il maschio medio avrebbe abbracciato la fede shintoista e sarebbe sparito tra gli altopiani giapponesi, e invece Brad le rimane accanto e pure col sorriso. E sorride pure quando gli dicono che sono due gemelli, che dopo una breve occhiata al pallottoliere-prole, significano sei figli in tre anni.

Oddio, sorride. A dirla tutta Brad comincia a sembrare un po’ stanco. Si fa crescere la barba, il capello è lungo e anche leggermente unto, ma del resto, tra sei figli e la sciura che oggi è in India per l’Unicef e domani è in Turchia per le Nazioni Unite, non ha neanche più il tempo di farsi uno shampoo, ‘sto poveretto. Lui la accompagna alla giornata mondiale dei profughi e il profugo sembra Brad. A cambiare però, è anche la Jolie. La bomba sexy, da quando s’è accasata, è sempre struccata e con le ballerine d’ordinanza. Le curve da femme fatale si sgonfiano e le foto delle sue braccia smagrite e con le vene in rilievo che manco un culturista russo, fanno il giro del mondo. Mai uno scatto della famiglia al mare, di Brad che improvvisa un torneo di bocce su sabbia, di Angelina che fa shopping. Al massimo, tutti insieme, li vedi in qualche rara foto in cui arrivano in aeroporto con zaini, peluche, bottiglie d’acqua e facce sfatte da jet lag e vagito selvaggio . E ora, l’ultimo atto. Angelina, quella che girava con la fialetta al collo col sangue dell’ex, ha preteso, dal povero Brad, il brillocco di fidanzamento come una borghesuccia qualunque. E il matrimonio. Ci ripensasse, Brad, prima che gli chieda anche l’abbonamento a Sky Family, la station wagon con le tendine di Winnie Pooh e lettino e ombrellone a Capalbio. Fossi in lui, tornerei da Jennifer. Sarà stata racchia, ma con lei restava “Brad”. Con la Jolie pure l’onta di farsi chiamare “Brangelina”: l’uomo più figo del mondo ridotto alla dignità di una Winx.

Che fine ha fatto "Chi"?


Il mio pezzo sul gossip che s'è fatto tecnico e Albano e Rosy Bindi che tirano più di Belen, su Libero di oggi

Un giorno sì e uno no uno sì e uno no...

Guardate che meraviglia questa campagna di Saatchi & Saatchi per Il ponte del sorriso con i bambini trattati da adulti:

Vanessa Incontrada e la solita manfrina sulla tv

Vanessa Incontrada rilascia l'ennesima intervista in cui si lamenta della tv che vuole solo donne belle e sceme.
Ora.
Ma quanto deve andare ancora avanti la Incontrada con 'sta storia della tv mondo crudele che schifa le chiattone in favore delle belle e sceme? Le bruttine intelligenti dovrebbero sentirsi rappresentate da lei? A me Vanessa è pure simpatica, ma nel ruolo della portavoce delle cesse emarginate dalla tv non è credibile. A 17 anni faceva già la modella, non s'è mai risparmiata in tema di nudità e co...pertine di riviste maschili, ha sfilato sulle passerelle e improvvisamente, quando mette su chili in gravidanza, scopre che quelli che fanno tv guardano male il suo girovita? Certo che ti guardano male, in tv ci sei arrivata perchè sei gnocca, mica perchè hai un master in filologia comparata. E mica volevi condurre Voyager, hai iniziato con Nonsolomoda.
E quando ti davano un programma in tv solo perchè eri gnocca e "straniera" ti stava bene. Chissà quante avevano fatto provini con te, magari più in gamba e preparate, ed erano state scartate perchè Vanessa Incontrada era più gnocca. E' la legge di certi programmi di intrattenimento. Dura lex, ok, ma è la legge dello spettacolo. Se il sistema non ti piace, non ti piace manco quando sei gnocca, non quando ti preferiscono quella con dieci chili o dieci anni in meno. In più, e non è poco, nessuno t'ha scippato Zelig. L'hai continuato a condurre pure con la taglia 46, quindi vuol dire che bravura e simpatia ti sono state ampiamente riconosciute. Ergo, la finiamo di stracciare i maroni?

Un'altra Costa alla deriva: la Costamagna

I momenti tv Eva contro Eva sono sempre imperdibili. E memorabile è stato anche lo scontro tra la conduttrice disperata Eva Longoria Costamagna e la sexy maliarda ex ministra Eva Mendes Carfagna.
Ne è uscita, a pezzi, la Costamagna. Che ha sbagliato tutto. E più precisamente, punto per punto:

a) Le argomentazioni tipo “perchè dopo che lei è diventato ministro ha cambiato immagine?” non sono materiale con cui incalzare l’avversario Carfagna. Ovvio che ‘sta donna non poteva fare il ministro conciata come quando regalava il vaso cinese ai telespettatori. Era argomento da battuta, che andava detto per prenderla amorevolmente per i fondelli, non per costruirci un’accusa.
b) Io fossi stata la Costamagna, avrei applicato il metodo Carfagna. Un po’ di trucco in meno, il boccolo più floscio, la gonna più lunga. Se sei lì a mettere i puntini sulle i in stile maestrina e l’argomento principe è che Mara è una showgirl promossa a ministro, l’abito fa il monaco. E alla prima occhiata, non devi sembrare tu, la showgirl che parlava col comitato e cantava “O sole mio” con Magalli.
c) La mimica facciale non è un’opinione. E la comunicazione non verbale neppure. La Costamagna faceva più smorfie di Jim Carrey in Ace Ventura-l’acchiappanimali tradendo un certo nervosismo, mentre la sfinge Carfagna incassava impassibile, sorrideva, deglutiva e poi lanciava il missile.
d) Di fronte a una che dice con piglio sicuro: “Non ho mai rinnegato il mio passato”, c’è poco da stare a inzigare ulteriormente. L’avesse detto la Melandri, quando Briatore giurava di averla avuta ospite a casa sua a Capodanno a Malindi, l’avesse ammesso che faceva i trenini con Fede e la Zardo a suon di Brigitte Bardot Bardot, sarebbe stata più simpatica a tutti, la sora Giovanna.
e) Perchè dire calendario sexy se non era calendario sexy? Perchè andare a cercare lo stereotipo da camionista per svilire l’avversario? Cioè, aveva scheletri nell’armadio ben peggiori ‘sta Carfagna. Poteva dirle “Lei ha condotto un programma con Davide Mengacci!” e l’annichiliva. Altro che calendario sexy.
f) Che razza di domanda è “È più simpatico Berlusconi o è più simpatico Santoro?”. Che minchia di domanda è “Berlusconi è brutto e vecchio?”? E perchè non “preferisci mamma o papà” allora? “Meglio Branko o Paolo Fox”? o “Come nascono i bambini? o “Meglio al latte o fondente”? Ma chi gliele ha scritte le domande? Moccia?
g) Diciamocelo. La battuta sui pettegolezzi riguardanti la Costamagna e Santoro è stata un piccolo capolavoro di strategia bellica. Qui l’abilità della Carfagna è stata memorabile. La sensazione è questa: il modo in cui Mara l’ha appoggiata, buttata lì, quasi sussurrata ad occhi bassi, lascia intendere che era il suo asso nella manica. Che tutto sommato se la sarebbe anche risparmiata, se l’altra non fosse ricorsa ai colpi bassi. Della serie: io non la uso, ma se mi costringe, so' cazzi della bionda.
h) Che razza di difesa è : “Quando sono andata a lavorare con Santoro io ero già giornalista”?. Allora l’altra quando è stata nominata ministro era già consigliere regionale, se la vogliamo mettere su questo piano. Anzi, se la vogliamo mettere su questo piano, la Toffanin è giornalista, Iva Zanicchi ha scritto un romanzo e Sara Tommasi è laureata alla Bocconi.
i) Sempre a proposito di espressioni facciali. La vera notizia è che la Carfagna non ha più l’occhio sgranato di chi ha appena visto Boateng senza mutande. S’è ammorbidita. La Costamagna, invece, ha la faccia di quella che ha visto Telese, senza mutande. Della serie: meglio zitella.
E comunque, io una spiegazione sull’accaduto ce l’ho. Il programma su Rai 3 è una copertura. Luisella Costamagna è in realtà il nuovo ufficio stampa di Mara Carfagna. Neanche Lucherini, dopo tutto quello che s’è detto di lei, sarebbe riuscito a trasformarla, dopo sei minuti di intervista su Rai 3, in una gradevole, pacata, ragazza normale. Manco se l’avesse intervistata Mollica, ne sarebbe uscito un ritratto migliore. E come ha scritto qualcuno sul mio twitter: la Costamagna è alla deriva, come tutte le Costa, di questi tempi.

Un sogno

Ho un sogno sul testamento di Dalla. Dopo mesi di ricerche, ipotesi, chiacchiere e salotti tv, trovano finalmente una busta chiusa con la ceralacca. La aprono e c'è scritto un gigantesco, sonoro, definitivo: "Andatevene tutti a fanculo".

8 marzo. Il senso di una festa

Titoli dall'homepage del Corriere della sera di oggi (vedere per credere) : "Meglio le gambe di Kate o quelle di Pippa?", "Il nuovo look discreto di Ruby Rubacuori", "Federica Pellegrini sprint anche nel cambio di costume", "Il badminton alla guerra delle bionde", "Melissa Satta copertina di Playboy", "Tea sex blogger", "Pamela Anderson fa shopping nel bazar". Ah, già, c'è anche "Le donne e il senso di una festa".
Il senso, è riflettere su come ci tratta la stampa, forse.

La latitanza del maschio alfa in tv (e la Fornero che non sa di che parla)

Il mio pezzo sul quotidiano Libero di oggi:

Di fronte all’allarmante catena di violenze sulle donne, il ministro Fornero ha dichiarato a La Stampa che all’origine di molte tensioni familiari c’è anche l’immagine femminile offerta dal piccolo schermo. “Molti programmi sono basati su ammiccamenti e volgarità, gli autori del palinsesto devono prendere coscienza del valore e disvalore educativo della tv. E l’immagine di un uomo forte è un’immagine sbagliata che influenza chi di fronte a un rifiuto o a un abbandono, si sente in dovere di imporsi con la violenza”, ha dichiarato. Il ministro l’ha detto con le migliori intenzioni, per carità, e la sua presa di posizione è senz’altro apprezzabile, però il ragionamento non mi convince fino in fondo. Anzi, direi che ho come la sensazione che la Fornero, dal giorno del suo mandato, abbia concesso il prepensionamento ad un solo soggetto: la televisione nel salotto di casa sua. E’ impossibile oggi, guardare la tv e non accorgersi che certo, esistono le farfalline e le vallette mute, ma che il maschio non sta messo poi tanto meglio. Io, giuro, l’uomo forte di cui parla il ministro stento a intravederlo anche dopo ore di zapping compulsivo. Vedo, piuttosto, un pullulare di maschi simil tronisti con l’aria tutt’altro che dominante. Maschi che dominano, al massimo, i capelli ricci con la piastra lisciante. Che hanno meno peli della talpa glabra. Moderni animali mitologici: metà uomini e metà pinzette per le sopracciglia. E non parlo solo delle creature mediatiche di Maria De Filippi. Gabriel Garko, sex symbol per eccellenza, ha in curriculum più ore trascorse con la cuffietta per le meches che sul set. Carlo Conti ha la perenne aria di quello che se dovesse scegliere tra il restare chiuso nella stanza delle scope con Megan Fox o nella capsula abbronzante con lo spray al bergamotto, sceglierebbe la seconda. I conduttori dei preserali, tutti, da Max Giusti a Gerry Scotti, per carità, simpatici, ma se quelli sono maschi Alfa io sono Mazinga Zeta. Per non parlare di tutte le glorie dello sport che sono in tv a fare piroette, da Gianni Rivera a Bobo Vieri, che da seriale collezionista di soubrette è diventato collezionista seriale di culate sulla pista di Ballando. E a proposito di reality. All’Isola dei famosi c’è Enzo Paolo che dall’uscita della sua Carmen piagnucola come un bambino a cui hanno strappato dalle mani il PaneCioc. Circondato dal resto del branco di autentici uomini lupo e cioè Mago Otelma, Cecchi Paone, Den Harrow e Malgioglio in studio. E Nicola Savino alla conduzione, che bravo e buono per carità, ma dà l’idea di uno che prenderebbe ordini pure da Leone il cane Fifone. Per non parlare del Grande fratello, in cui l’unico uomo a sembrare dominante, ovvero il rugbista Rudolf, è uscito per la strizza che la fidanzata, fuori, facesse meta col resto della squadra. C’è Fabio Fazio, che voglio dire, c’è più virilità nella riunione Avon del venerdì sera della mia vicina di casa che in quell’uomo lì. C’è stato Celentano, sì, ma il cazziatone a Verro per i fischi li ha fatti Claudia Mori, mica Adriano. Che oltre a essere il re degli ignoranti è notoriamente, in fatto di equilibri matrimoniali, anche il re di tutti i maschi-zerbino. E il festival, al di là di tutte le farfalline, l’hanno vinto tre donne. E la Fornero non se ne sarà accorta, ma di donne lontane dallo stereotipo sciacquetta/accessorio in tv ce ne sono eccome. Maria De Filippi, che gli uomini te li manda in giro sulla bici travestiti da postini, tanto per cominciare. Daria Bignardi, Ilaria D’Amico, Paola Ferrari, Simona Ventura, per esempio. Che tra l’altro, secondo me, a dare una sbirciata alle loro analisi del sangue, verrebbe fuori che c’è più testosterone in queste cinque che nello studio di Controcampo. Ci sono Sex and the city la rampante Carrie. Ci sono Geppi Cucciari e Victoria Cabello, che gli uomini ospiti in studio se li succhiano come ostriche. C’è il milf power e il proliferare di donne ricche e famose fieramente accasate con ragazzetti imberbi e squattrinati. E sono proprio queste donne qui a creare il corto circuito nel maschio involuto. Che più che dalla farfallina di Belen è destabilizzato dal rigido tailleur della Fornero, dalla poltrona su cui siede, dalle qualifiche sul suo biglietto da visita e dal suo stipendio. Non è tanto il persistere di certi modelli femminili svilenti, il problema, ma è il nuovo modello di donna con cui il maschio si deve confrontare. Quello della donna vincente. E il discorso ha poco a che fare, ormai, con la tv e i modelli femminili proposti, che solo marginalmente sono valletta scollacciata e gonna troppo corta. La tv, oggi, racconta un’unica verità: quando noi abbiamo smesso di passare la cera, l’uomo ha cominciato a farsi la ceretta. La accendesse la tv il ministro Fornero e mi dicesse se le sembra più testosteronico Luca Giurato o Lilli Gruber. Anzi no, non la accendesse. Se non ha la tv in camera è perchè probabilmente, uno dei pochi maschi rimasti col testosterone fumante, se l’è sposato lei.

#lucarosieraunuomocoraggioso



Il mio pezzo su Libero di oggi, dedicato a un uomo coraggioso:

Ci sono uomini che sgattaiolano via nel buio della notte e sbarcano su uno scoglio, coi vestiti asciutti e la coscienza fradicia, mentre una nave si piega e decine di vite si spezzano. Antieroi, li chiamano. Ci sono uomini con il piglio fermo, che ricordano i propri doveri all’uomo con i vestiti asciutti e mentre pronunciano la frase ad effetto che li consegnerà alla storia, sono anch’essi con la divisa asciutta, in un ufficio caldo e la voce ferma di chi rischia, al massimo, di non riuscire a coordinare dei soccorsi e non di morire come un topo, in un corridoio sommerso. Eroi, li chiamano. E poi c’è Luca Rosi. Luca Rosi aveva trentotto anni e era un impiegato di banca. Non aveva una divisa inamidata, non ci sono registrazioni o video che possano regalargli gloria virtuale ed è morto in un paesino anonimo, della provincia di Perugia. Difficile, diventare eroi con queste premesse. E infatti non scomoderò la parola eroe, per quest’uomo, perchè merita una definizione meno abusata. Dirò che Luca Rosi era un uomo coraggioso. Era l’unico uomo adulto in casa, l’altra sera, quando lui, la madre, la fidanzata e suo nipote di nove anni si sono trovati davanti tre rapinatori armati e senza scrupoli. Sono stati legati come animali. La casa rivoltata da cima a fondo. La cassaforte semivuota e l’umore nervoso di chi ha racimolato un misero bottino. Non poteva non aver intuito, Luca Rosi, che quei tre non erano innocui balordi. Eppure, quando ha capito le loro probabili intenzioni, ovvero abusare della fidanzata, non ha esitato a scagliarsi contro i rapinatori, legato, forse goffo, sicuramente inoffensivo. E senza essere nelle condizioni di difendersi, di tener testa a tre delinquenti con una pistola in mano. Sapeva, Luca Rosi, che non c’era partita. Che rischiava di pagare con la vita, quella reazione. E per quanto sia terribilmente cinico a dirsi, sapeva anche che la fidanzata sarebbe sopravvissuta, almeno nel corpo, all’abuso schifoso che stavano per compiere quelle bestie feroci. Più di un uomo se ne sarebbe rimasto a terra, legato, stordito dal terrore e dall’impotenza. Pavidità o lucida rassegnazione l’avrebbero salvato.
Ma Luca Rosi era, appunto, un uomo coraggioso e ha fatto, in fondo, quello che etimologicamente parlando gli eroi greci erano chiamati a fare: proteggere, preservare. Nel suo caso, “proteggere la propria donna” che è una frase, a torto, ormai quasi ampollosa, anacronistica, buona, al massimo, per i dialoghi di Centovetrine. Gli eroi, erano semidei. Luca Rosi, era un semplice impiegato di banca. E fa tristemente sorridere l’idea che “l’impiegato di banca” sia nell’immaginario collettivo lo stereotipo dell’uomo medio, che sceglie la vita senza rischio e senza scossoni. Per Luca Rosi non ci saranno, forse, salotti in tv. Non ci saranno plastici della sua villetta, magliette con la sua faccia stampata, post commemorativi e tweet grondanti retorica. Non ci saranno inviati infreddoliti a Ramazzano che a distanza di un mese ci racconteranno allo sfinimento chi era e cosa ha fatto. Non ci sarà neppure l’avvocato Canzona a scritturare una sua finta fidanzata. Le luci, su questa triste storia, si spegneranno presto. E allora, il tanto di moda hashtag a quest’uomo morto per proteggere la sua fidanzata, lo regalo io: #lucarosieraunuomocoraggioso.

Gli sfiorati

Ormai al cinema riescono a ricreare le situazioni più disparate. Effetti speciali in grado di ricostruire, clonare, distruggere, creare qualsiasi cosa. Ora la domanda è: perchè si riesce a rendere credibili le fattezze di un avatar bluastro che scorazza in una foresta tropicale cavalcando draghi volanti e TUTTE le sacrosante scene in TUTTI i sacrosanti film italiani, lapponi e americani, girate in DISCOTECA, sono finte quanto Linus che abbraccia Cecchetto? Giuro, io quando vedo gente che parlotta in discoteca nei film mi chiedo sempre se il regista durante la festa in maschera di terza media ha preso un pizzone da Batman e non ha mai messo più piede in un locale in vita sua, perchè la faccenda è sempre imbarazzante. Gente che balla come nemmeno i novantenni in balera dopo sei birre, ragazze con vestiti da Capodanno cinese, coppiette che fingono di parlottare buttando l'occhio in camera, cocktail improbabili con ombrellini che manco al battesimo della nipotina di Orietta Berti, musica uguale a quella che mettono da Zara e soprattutto, quindici comparse in tutto piazzate a macchia di leopardo per riempire la sala, che manco se apri una discoteca seminterrata il 15 d'agosto a milano, c'è così poca gente.
Tutto questo per dire che ho visto l'anteprima del film "Gli sfiorati" di Matteo Rovere al cinema l'altra sera (esce al cinema il 2 marzo). Potrei raccontarvi molte cose su questo film. Che è bella la storia, tratta dall'omonimo romanzo di Sandro Veronesi, che gli attori sono eccezionali (Santamaria anche e in un ruolo inedito e sfigatissimo), che Andrea Bosca è una rivelazione (figo da morì per giunta) e che Michele Riondino (il giovane Montalbano) è un talento assoluto, ma su tutto, quello che mi ha convinta che il regista, giovanissimo, è davvero bravo, è la scena in discoteca con Asia Argento, con quell'atmosfera appiccicaticcia e claustrofobica tipica dei locali pieni . Grazie Matteo Rovere. Tu non lo sai, ma anche se il resto del film fosse stato una ciofeca, io t'avrei amato solo per questo. E invece è bello anche tutto il resto. Andate a vederlo.