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:: Kill Deep

Kill Deep

The 4th weblog by Deeproad

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Nonostante il disordine, quel piccolo appartamento aveva un che di familiare. Tutto era sottosopra e a stento riuscivo a intravedere il letto ricoperto di vestiti. Le pareti erano grigie e i pavimenti riportavano alla mente opere d'arte incompiute. C'era solo una porta che non ricordavo d'aver mai visto e così m'avvicinai per dare un'occhiata.
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Conoscete Daniel Johnston? E? uno dei più grandi cantautori americani, di quelli molto tormentati tipo Syd Barrett. Lo amo fondamentalmente per tre ragioni. La prima è che ha sfornato dei brani di rara bellezza nel garage di casa sua, con un organetto per bambini e un piccolo mangianastri collegato alla ruota di un criceto.
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Lo raccolsi come fosse un tesoro prezioso e subito me ne innamorai. Era un mantello rosso fuoco, capace di donare i superpoteri a chiunque l'avesse indossato. Certo, agli occhi di uno scettico sarebbe potuto apparire come un semplice straccio di stoffa rovinato, ma io ero capace di vedere oltre.
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Riuscivo a intravedere la luce in fondo al tunnel. Un tunnel stretto e umido che sembrava non finire mai. Era la voce di una donna a guidarmi verso l'uscita. La udivo in lontananza, come un suono quasi impercettibile che via via acquistava forma e volume. Mi misi a correre, prima lentamente poi con tutte le mie forze.
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Gli incubi si susseguirono per tutta la notte. Al mattino mi ritrovai in una stanza che non ricordavo d'aver mai visto, nonostante fossi arrivato la sera prima. L'edificio fatiscente aveva lasciato il posto ad una normalissima struttura di ricovero. La febbre era calata, sebbene la testa mi facesse ancora un po' male.
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Rabbrividivo al solo pensiero che quelle mura così fredde e ostili a breve mi sarebbero apparse familiari. Avrei voluto piangere, ma trovai la forza di trattenermi. In pochi minuti giunsi davanti alla camera numero 13. Notai che stavano tutti intorno a un unico letto vicino all'ingresso, dove un ragazzino si dimenava come un ossesso.
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Estate 1986, sulla strada per l'aeroporto. Avevo dieci anni. Sotto il torrido sole di Sardegna, una 126 verde sfrecciava sul lungomare, tra serpenti a sonagli e armadilli spiaccicati sull'asfalto. Partire per la colonia estiva non era stata una mia idea. O meglio, non completamente.
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L'altra sera m'è scappata una frase talmente romantica che avrei voluto suicidarmi. Stavo andando al cinema con un'amica a vedere un film di merda. Che poi lei sosteneva che dovesse per forza essere bello, perché quando nella locandina di un horror ci sono dei bambini, il film non può che essere figo.
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Se ne stava lì da due giorni, sola soletta, a fabbricare il suo bell'alveare. Il problema è che lo stava costruendo proprio sopra l'ingresso del mio ufficio e di lì a poco avrei rischiato di presentarmi al lavoro con una folta barba fatta di vespe.
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Quando impari a contare fino a cento ti senti adulto e pensi che la scuola non abbia più nulla da insegnarti. Mamma, mamma! Lo sai che so contare fino a cento? Senti qui: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette... novantotto, novantanove e cento! Fiatone, colorito funebre e gocce di sudore pesanti sulla fronte.