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Byoblu.Com è il videoblog di Claudio Messora, informazione libera e indipendente su temi di attualità e politica, pluripremiato per le inchieste sul terremoto abruzzese.
<< Feed precedente / Feed successivo >> | | | | | | | | L'offerta che, questa volta, possiamo rifiutare |  L’attentato di Brindisi non rientra in nessuna delle categorie a cui siamo abituati e, per questo, getta il Paese nell’incertezza più totale. La Sacra Corona Unita sembra essere più uno spettro che una realtà in grado di incidere con questa ferocia e, valutando le cose con un po’ di cinismo, un gesto di questa inaudita crudeltà appare contrario ai suoi stessi interessi. La mafia utilizza altri simboli e ha, per così dire, standard qualitativi tecnicamente superiori. Per il genere di attentati in cui si vuole infilare quello di Brindisi la rivendicazione è tutto, specialmente quando le finalità sono politiche. Più il messaggio e l’obiettivo sono chiari e circoscritti, più si acquisisce peso contrattuale, anche se alcuni precedenti possono effettivamente preludere a una recrudescenza della trattativa Stato Mafia: dall’intervista che il figlio di Provenzano ha rilasciato a Michele Santoro, nella quale parlava di violenza che chiama violenza, fino al messaggio lanciato dal tentato suicidio di Bernardo Provenzano in carcere. Questa, perlomeno, la tesi di Salvatore Borsellino, da me interpellato. Questa anche la certezza di Libera, che ieri ha immediatamente organizzato un corteo di protesta a Milano, al termine del quale ha parlato Nando Dalla Chiesa (ci sono andato per voi: guardate il video). Per me, invece, il legame è ancora da dimostrare. E non basta che la scuola fosse intitolata alla moglie di Falcone, o che di lì a qualche giorno in quei luoghi si sarebbe dovuta svolgere una manifestazione per il ventennale della strage di Capaci: celebrazioni ce ne saranno in tutta Italia (come ce ne sono state ogni anno, da decenni, in località anche meno distaccate e più controllabili da Cosa Nostra). E, in ogni caso, l’evento criminale avrebbe dovuto essere spostato in là di qualche giorno e organizzato in un luogo simbolicamente più appropriato. Nicola Gratteri, inoltre, procuratore aggiunto di Reggio Calabria esperto di ‘ndrangheta, lo esclude categoricamente. E poi c’è il terrorismo. Ma se la gambizzazione di un dirigente dell’Ansaldo si può facilmente inquadrare in questo filone (il simbolo è chiaro, la tecnica anche), non altrettanto si può dire di un cassonetto che fa saltare in aria giovani studentesse senza nessun legame con la politica nazionale o con i grandi interessi del capitalismo. Parlare poi di pista islamica è quanto meno singolare: per il quadro probatorio di cui si dispone, tanto vale attribuire la strage alla mafia russa, al Mossad o agli alieni. Perché mai Al Qaeda o suoi simpatizzanti dovrebbero prendersela con le ragazze della Morvillo Falcone? Forse perché erano giovani donne emancipate che avevano l’unica colpa di studiare? Meglio sarebbe stato colpire il mondo della moda, dei locali notturni, delle gare di bellezza, simbolo della cosiddetta mercificazione del corpo femminile che oltraggia i fondamentalisti islamici. E poi, scusate, ma da dove salta fuori il fanatismo islamico? Da quando si è messo a fare sul serio con l’Italia? A che pro? In conseguenza di cosa? Allo stesso livello, per ora, le speculazioni sul collegamento con la vicenda iraniana, mentre un giornalista mi ha telefonato, suggerendo una traccia decisamente originale: l’attentato potrebbe essere una risposta al Decreto che Mario Monti presenterà il 25 maggio per separare la proprietà di Snam rete gas da Eni, che attualmente ne detiene il 52,5%. L’utilizzo delle bombole di gas e l’annosa questione del rigassificatore di Brindisi sarebbero dunque gli ingredienti base del messaggio lanciato al Governo. Dal caso Mattei in poi, è difficile stupirsi ancora di qualcosa. Improbabile, tuttavia, non significa impossibile: tutte le ipotesi restano in pista, solo che non appaiono così tanto ragionevoli da far propendere per l’una o per l’altra, e in questo quadro vuoto, dalla cornice ancora più sfumata, prendono corpo e si diffondono le ipotesi più estreme: il gesto di un pazzo, da un lato, e la strage di stato dall’altro, ovvero il tentativo di un corpo politico morente di darsi nuova legittimazione sfruttando la strategia della tensione, che induce i cittadini a rifugiarsi sotto l’ala protettiva di chi possa in qualche modo garantire il caro vecchio tran-tran di sempre, con quel minimo sindacale di collusione sufficiente a garantire equilibri che scongiurino nuovi episodi di efferata violenza. Il collocamento temporale dell’attentato a ridosso del ballottaggio non depone a sfavore di questa tesi, né le prime incaute e quantomeno inopportune rivendicazioni politiche, da Castelli a Calderoli (entrambi rappresentanti di un potere politico agonizzante), aiutano a dissipare i dubbi. Di questo avviso Roberto Scarpinato, il procuratore di Caltanissetta esperto di mafia: “La data scelta, la scuola intitolata a Francesca Morvillo vorrebbero far pensare a una pista mafiosa. Ma la mafia non rivendica attentati a civili inermi. Quando nel 93 lo fece con gli attentati di Firenze o di San Giovanni in Laterano, li fece rivendicare dalla Falange armata. Qui sembra, invece, che ci sia una intelligenza politico-criminale che vuole intervenire sul quadro politico". Ma certo, se l’obiettivo fosse stato destabilizzare gli elettori, rinvigoriti dall’ondata della cosiddetta antipolitica, per indurli a considerare il nuovo che avanza come la causa di tutti i mali e tornare sui propri passi fermando l’emorragia di voti, si sarebbe potuto scegliere un qualche obiettivo più emblematico e, soprattutto, meno feroce. Un attentato fallito in stile Belpietro, forse, sarebbe bastato. Tanto più che ricordo bene come, anche in quel caso, chi osava proferire ragionevoli dubbi veniva stigmatizzato con etichette dai toni forti (allora non andava di moda fustigare le teste pensanti con il flagello dell'accusa di complottismo, come va di moda oggi: a quel tempo si era considerati semplicemente responsabili del clima di odio). Poi, sappiamo tutti come finì: i PM si convinsero che quella sera, nel palazzo dove abita il direttore di Libero, non successe assolutamente nulla. Stessa sorte a chi osava mettere in discussione la responsabilità di Strauss-Khan nel presunto stupro della cameriera dell’hotel newyorkese. L’esercizio della critica non è una qualità apprezzata in questo Paese: eppure anche in quel caso è finita che oggi, viceversa, è proprio Strauss-Kahn che, rovinato politicamente da chi lo voleva incastrare, dopo la sua completa riabilitazione si rivale in sede giudiziaria per ottenere i danni. In un momento dove la classe politica è considerata responsabile di una crisi di cui non si vede la fine, tuttavia, una strategia della tensione che avesse come obiettivo i partiti e le istituzioni non otterrebbe il risultato di coagulare la pancia del Paese intorno alla vecchia classe dirigente. Forse, anzi, accelererebbe la transizione verso i nuovi movimenti civici, considerati un salto nel buio ma pur sempre una chance in più rispetto alle disastrose prospettive attuali. Diverso, molto diverso è colpire il popolo direttamente al cuore, nella sua componente più fragile e indifesa: i figli. L'attentato di Brindisi è orrore allo stato puro e parla alla pancia, costringendoci a cadere preda dell'istinto di protezione e dei sensi di colpa. E' come un cavallo di troia, un roccione scaraventato da una catapulta direttamente nelle nostre case, per costringerci a fortificarle e, possibilmente, a chiuderci dentro a doppia mandata, rinunciando al tentativo di riappropriarci delle istituzioni. Se tuttavia questo dovesse avvenire, avremmo tutti perso una grande occasione di cambiamento. Il perché è contenuto, subliminalmente, all’interno delle stesse righe che oggi riempiono i quotidiani nelle edicole e nei tablet. L’argomentazione più utilizzata è che la criminalità organizzata stia riempiendo il vuoto creato da una politica debole. L’antipolitica, che avrebbe contribuito a distruggere gli equilibri attuali, ne sarebbe dunque il mandante indiretto. Ma perché la scomparsa dei partiti dovrebbe influire sull’incidenza degli episodi di violenza? Pensate al Paese come ad una nave che percorre una rotta nel bel mezzo dell’oceano. La cabina di comando è computerizzata e la rotta è tracciata. I sistemi di sicurezza reagiscono automaticamente ai pericoli e i servizi di bordo sono garantiti dal personale che è perfettamente addestrato allo scopo. Il comandante può limitarsi a una generica supervisione e la sua assenza temporanea non comporta alcun disservizio. Quando anche si verificasse un avvicendamento al ponte di comando, fintanto che il nuovo venuto non scegliesse di impartire nuove disposizioni il sistema continuerebbe a funzionare come prima, senza problemi. Ora sostituite la nave al paese, il comandante e il suo staff alla politica, il computer di bordo alle leggi e i vari servizi alle istituzioni. La debolezza dei partiti non incide in alcun modo sulle leggi in vigore né sull’efficacia con la quale le forze dell’ordine e la magistratura le fanno rispettare. Anzi: la metafora nave-stato non solo è calzante, ma risulta addirittura difettosa a vantaggio del sistema Paese, perché a differenza di un transatlantico, una moderna democrazia si fonda sulla separazione tra i poteri: è come se sulla nave vi fossero tre comandanti, ragion per cui la sostituzione di quello che decide le strategie per il futuro non implica che l’equipaggio possa rilassarsi, visto che il comandante che ha in carico l’operatività della nave continua a esercitare le sue prerogative come sempre. Come può, dunque, il disfacimento delle oligarchie del potere politico dare luogo a una recrudescenza della violenza? La risposta più immediata è che non può, perché non era lui, il potere politico, a garantire la sicurezza del Paese, ma un potere separato che, in coordinamento con le forze dell’ordine, continua a far rispettare la legge secondo normative tanto valide oggi quanto lo erano ieri. Dunque una balla colossale, questa del vuoto politico come responsabile degli attentati, che mira a spingere l’opinione pubblica verso una soluzione di governo unitario dove, improvvisamente e come per magia, la seconda repubblica si salda alla prima e ritorna sul ponte di comando, avvantaggiandosi del terrore dell’equipaggio. C'è tuttavia un'ipotesi a conforto degli allarmi dei cosiddetti politologi: l'eventualità che quella stessa classe politica che oggi ha perso credibilità, e dunque potere di rappresentanza, non si facesse garante della pace sociale per altra via, sfruttando cioè legami, collusioni e contiguità con il mondo della criminalità organizzata che esulano totalmente dall’ordinamento istituzionale, avendo con questi un rapporto mutuale saldato sul perseguimento di vicendevoli interessi e potendo contare su canali di comunicazione privilegiati e occulti. Stiamo cioè dicendo che o un governo di unità nazionale non serve a niente, se non a riesumare cadaveri in fase di sepoltura, oppure bisogna conseguirne che è una sciagura da evitare come la peste, perché significa riconsegnare il Paese a chi l’ha governato insieme alla mafia e al terrorismo per decine di anni e che, essendone artefice, scongiura l’insicurezza alla stessa maniera con cui il racket delle estorsioni garantisce i commercianti dalla propria violenza, riscuotendo così un prezzo non dovuto, una tassa occulta spacciata, con innegabile faccia tosta, addirittura come forma di assicurazione rispetto alla propria ira funesta. Abbiamo bisogno di essere protetti. è vero, ma dalle forze dell’ordine. La protezione politica, millantata o meno, assomiglia troppo a quella del padrino che ti allunga un buffetto sulla guancia, confondendoti attraverso la sapiente mescolanza del gesto affettuoso e protettivo, la carezza, e del monito, il ricatto sottinteso a cui non bisogna in alcun modo cedere. Alle sirene che mettono sul piatto la soluzione di un governo di unità nazionale, che ricordano troppo "l'offerta che non si può rifiutare” di Marlon Brando, bisogna iniziare finalmente a rispondere un “no, grazie!”.  
 | | | | | | | | Siamo pronti a un Governo di unità nazionale |
di Paolo Becchi
Nel 1851 Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone, riuscì a prendere il potere in Francia con un “colpo di Stato” preparato evocando il ricordo di un fantasma, di uno spettro, quello dello zio imperatore dei francesi. Napoléon le Petit, lo apostroferà allora Victor Hugo. Carlo Marx, da parte sua, ne descriverà l’ascesa nel celebre pamphlet politico Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, nel cui esordio egli ricordava che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte: «la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Napoleone fu la tragedia che portò a compimento la Rivoluzione francese e l’ordine borghese; Luigi Bonaparte la parodia, la farsesca imitazione anacronistica del primo.
Accade oggi qualcosa di analogo in Italia. Si allestiscono i preparativi per le elezioni del 2013, serpeggia da più parti l’ipotesi – sempre più probabile – di una riconferma di Mario Monti a capo di un Esecutivo di “solidarietà nazionale”. Riconferma che, tuttavia, ha bisogno di una formula di legittimazione forte, decisa, che giustifichi la linea politica che questo Governo segue e continuerà a seguire: rimanere ad ogni costo in Europa e nella zona Euro. E, come insegnava ancora Marx, nei momenti “decisivi”, nel momento in cui è in gioco il futuro di un popolo, è invece il suo passato a ritornare. Si prendono a prestito i nomi, le formule, i costumi, per poter rappresentare nuove decisioni politiche sotto vesti più rassicuranti, a cui siamo già abituati, in quanto appartengono ai nostri ricordi.
Così al Governo che sta decidendo e deciderà le sorti dell’Italia in Europa, pare essersi offerta un’occasione da non perdere: quella del fantasma, dello spettro di un antico nemico, che credevamo sconfitto da trent’anni, il terrorismo. La stagione terroristica, gli anni di piombo, furono davvero una tragedia nazionale, una “lunga notte” della repubblica, un incubo di sangue e paura piombato addosso alle istituzioni ed ai cittadini di questo Paese. Trent’anni dopo, i giornali, improvvisamente, ci hanno “informato” che è tornato il panico ed il terrore: una sigla ha sparato ad un dirigente Ansaldo, anteprima e preludio di nuovi giorni di violenza, allo “stragismo”, che fa la sua prova generale a Brindisi, dove una bomba ha ucciso una ragazzina davanti ad una scuola. Pista mafiosa e pista terroristica ricominciano a confondersi. Si annuncia la mobilitazione dell’esercito. Iniziamo a ricordare, a spaventarci di nuovo. Inizia, nel contempo, la ripetizione della storia: da tragedia a farsa. La “lunga notte” è finita da molto tempo, ed ora qualcuno ci impone di riaddormentarci.
Eppure la tentazione è forte: il terrorismo è uno spettro che porta legittimazione, giustificazione dell’autorità. Consente di imporre restrizioni della libertà, politiche di “austerità”, di repressione e di controllo, senza che si manifesti opposizione o dissenso. È la formula storicamente più usata, il vecchio pezzo di teatro che porta in scena lo “stato d’eccezione”, di necessità, di emergenza. È la formula che consentirebbe la costruzione di una “coesione nazionale”, preludio al tipo di Governo che si progetta per il 2013. È la formula che consentirebbe di lasciare per l’Europa “valvole di sfogo” neutrali, prive di ogni rilevanza politica. La strategia potrebbe funzionare: far avanzare apparenti ma innocui “antagonisti” sulla scena pubblica, impedendo così il formarsi di una autentica forza sociale e politica di opposizione all’Euro ed all’Europa. Impedire, in altri termini, una tendenza – non “terroristica”, ma pericolosa per il potere – che si sta annunciando in Europa: l’alleanza tra movimenti sociali radicali di estrema sinistra ed estrema destra, in chiave antieuropeista.
Lo spettro del terrorismo appare allora funzionale a scongiurare l’unica vera ed autentica minaccia esistente per l’Europa dei banchieri. Si fanno dunque i preparativi per uno “stato d’eccezione”, per un Governo legittimato dalla “solidarietà nazionale” e dalla criminalizzazione dei movimenti sociali e politici che predicano l’uscita dall’Euro. Ed ecco che il fantasma è rimesso in circolazione.
 
 | | | | Gallina che canta... |
Subito dopo l’attentato, Roberto Castelli ha detto «Via la Lega dal governo, la criminalità rialza la testa». Un altro Roberto, Calderoli, gli ha fatto eco: “Cui prodest? Non voglio osare pensarlo ma a pensare male alla fine ci si azzecca...”. Chi strumentalizza la morte di una ragazzina di 16 anni per fini politici dovrebbe essere perseguibile penalmente. Altro che apologia di fascismo! Anche perché, se proprio volessimo giocare al giochetto delle strumentalizzazioni un tanto al chilo, al “cui prodest” di Calderoli si potrebbe fin troppo facilmente rispondere che in questo momento bisognerebbe guardare a quelli che hanno perso tutto e stanno per scomparire. Gallina che canta ha fatto l’uovo?
Come vedete, è un gioco pericoloso e soprattutto stupido. Meglio frenare le proprie bassezze.  
 | | | | Brindisi, le prime immagini: morire a 16 anni |
Ci sono giorni, come questi, in cui si cerca disperatamente una ragione e non la si trova, mentre tutto crolla e ogni significato si perde nella vergogna e nella prostrazione.
Sono i giorni in cui bisogna reagire subito. Sarò in piazza San Fedele, a Milano, alle 17.00.
 
 | | | | Uno spavento senza fine |
Ieri ho incontrato Paolo Becchi, docente ordinario di Filosofia del Diritto all'Università di Genova, filosofo e giornalista. Nel video, la nostra chiacchierata sui temi dell'euro, dell'Europa come costruzione elitaria. Le ricette di Becchi? Uscita dall'euro e recupero della sovranità monetaria e politica.
Perchè, dice Becchi, "meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine". IL COLPO DI STATO SOBRIO DI MARIO MONTI Il governo degli spettri che espropria la sovranità dei popoli MESSORA: Paolo Becchi, docente di filosofia del diritto all'Università di Genova, autore, tra gli altri, del libro “Il principio 'dignità umana'” che verrà presentato al Festival di Filosofia del 20 giugno a Brescia. Paolo Becchi, buongiorno. BECCHI: buongiorno a te. MESSORA: lei il 12 di gennaio ha scritto un interessantissimo articolo su Libero dal titolo “Il colpo di Stato sobrio di Mario Monti”. Ci vuole spiegare in che senso intendeva un colpo di Stato? BECCHI: si potrebbe aggiungere, appunto, un colpo di Stato sobrio, perché noi siamo abituati a pensare a colpi di Stato con i carri armati, con la violenza e con il terrore, invece qui è stato tutto preparato a tavolino dai banchieri di Bruxelles a cui non andava bene il governo eletto democraticamente dal popolo italiano e quindi era necessario sostituirlo da un rappresentante dei tecnici, di quei tecnici di Bruxelles e Mario Monti era la persona ideale per ricoprire questo ruolo. I partiti non hanno potuto far altro che legalizzare questo stato di cose, ma un conto è la legalità, che è stata sicuramente rispettata, un conto è la legittimità di un governo, quello attuale, che non ne ha nessuna. È per quello che si è trattato di un colpo di Stato, diciamo così, sobrio, ma in ogni caso questo governo non esprime la volontà del popolo italiano così come era stata rappresentata dalle ultime elezioni politiche. Questo mi sembra il dato di fatto. Che si insista sul fatto che comunque tutto è avvenuto nell'ambito della legalità, da un punto di vista giuridico è corretto, da un punto di vista politico non conta solo la legalità ma conta la legittimità e sul tema della legittimità credo che ci siano forti dubbi su un governo che ci è stato imposto dall'estero, ci è stato imposto da un gruppo di potere che sta alla base delle decisioni che sono state poi prese; questo gruppo di potere è un gruppo di potere finanziario potentissimo e anche, se vogliamo, invisibile, che comunque non ha a che fare con la volontà del popolo italiano. MESSORA: sì, perché si può dire che tutto sia avvenuto nel solco della Costituzione, come dicono, però sta di fatto che nel giro di 48 ore due governi, democraticamente eletti, sono stati ribaltati, in Italia e in Grecia - in Grecia addirittura volevano fare un referendum – sostituiti da due uomini che si possono dire dei poteri forti, perché entrambi espressione, a parte del mondo bancario, ma di un'organizzazione internazionale molto potente, che rappresenta le lobby americane, che tra l'altro aveva nel suo DNA un documento stilato nel '73 che professava il superamento delle burocrazie farraginose delle democrazie. Si diceva addirittura in questo documento, “The crisis of democracy”, che le uniche democrazie che funzionano sono quelle dove la maggior parte delle persone stanno apnea. Ecco, questa organizzazione è la trilaterale, Mario Monti ne era una delle più alte tre cariche e Lucas Papademos era un membro. Quindi si può dire che fossero espressione dei poteri forti. Che in solo 48 ore due governi siano stati ribaltati con due membri della stessa organizzazione perlomeno doveva far nascere il sospetto che qualcosa non andava. Tu nel tuo articolo parli addirittura di spread aumentato ad arte. Che cosa intendevi dire? BECCHI: intendevo dire che chiaramente la situazione era stata diciamo guidata in un certo modo, affinché, diciamo così, il governo precedente fosse messo in condizioni tali da dover lasciare il campo ad un altro tipo di governo. È per quello che ci hanno provato in tutti i modi, ci hanno provato con Gianfranco Fini, ci hanno poi provato con la vita sentimentale del Presidente del Consiglio e poi alla fine, vedendo che non c'era niente da fare, si è cominciato ad intervenire direttamente su che cosa? Su questo strumento finanziario per cercare di far capire che ormai bisognava assolutamente cambiare, come hai detto tu, giustamente, nel giro di due giorni la situazione si è ribaltata per essere nominato senatore a vita nella vecchia Repubblica, quella che – ahimè – adesso ci fanno un po' rimpiangere. Ci volevano mesi di ricerca, addirittura anni per essere nominato senatore a vita. Il nostro Presidente della Repubblica ha nominato Senatore a vita, per parargli il culo a vita, Mario Monti nel giro di un pomeriggio. MESSORA: si può dire che si pensava, e la scusa era che c'era una grande urgenza. Mi ricordo i titoli dei giornali “fate presto”, perché lo spread era molto elevato. Ma adesso lo spread sta tornando ai livelli di prima e dunque se c'era urgenza prima c'è urgenza anche adesso. Cosa facciamo? Sostituiamo di nuovo il governo? BECCHI: sì, ma era tutta una manovra, perché non era necessario nominarlo Senatore a vita. Questo Senatore a vita è stato richiesto espressamente da Mario Monti per appunto pararsi da qualsiasi possibile accusa. Perché lui poteva fare tranquillamente il Presidente del Consiglio da un punto di vista costituzionale, senza per questo essere senatore. Quindi è stata soltanto, diciamo così, una richiesta implicita da parte di Mario Monti per poter avere comunque la tranquillità di non essere indagato, tranquillità sotto tutti i profili per il futuro anche come senatore a vita, perché è una carica che non perderà per tutta la vita, indipendentemente dal fatto che poi finirà il suo mandato, se mai finirà. Cioè, voglio dire, le prossime elezioni possono verificarsi uno scenario tipo quello greco e a quel punto il terrorismo naturalmente aiuterà, lo sappiamo, nel nostro paese, come ho cercato di spiegare oggi su Libero e a quel punto governo di unità nazionale. Chi potrà esprimere meglio questo governo di unità nazionale se non il banchiere di Bruxelles? Ne abbiamo due di banchieri, uno è Draghi, che adesso è lì, e un altro qui. E il casino resta perché, come dicevi tu prima, lo spread ha ripreso a salire. Questo non è il problema. Il problema reale non è continuare ad aumentare le tasse e metterle da tutte le parti, il problema reale è che questo euro è stato costruito male. Era uno strumento. Cosa ne vogliamo fare? Una divinità? Ne stiamo facendo una divinità. Perché se l'euro è soltanto uno strumento e questo strumento ci si rende conto che non va più bene, basta. Stop. Chiuso. Invece no. Noi stiamo facendo fare sacrifici enormi ad intere popolazioni: i greci, gli spagnoli, ci saremo poi noi. Per cosa? Per salvare una moneta che hanno deciso di costruire a tavolino 10-12 anni fa un gruppo limitatissimo di persone di un potere invisibile? E in questo potere c'era ovviamente Mario Monti che adesso è dovuto intervenire appunto per salvare la sua creatura. Questo non è accettabile, non è assolutamente accettabile. Ecco che io, diciamo così, dopo aver scritto quell'articolo su Mario Monti e aver scritto un articolo dopo da un taglio un pochettino più filosofico apparso qualche tempo fa su Libero, oggi ho fatto uscire un pezzo, cioè mi hanno lasciato pubblicare un pezzo che è forse più politico ma che fa ben capire che se vogliamo un'alternativa allo stato di cose attuale, prima di trovarci con l'acqua alla gola, come si trovano purtroppo i greci, l'Italia non ha che una possibilità, quella di recuperare la propria sovranità monetaria. Non soltanto la sovranità politica, la sovranità monetaria. Che sia l'Italia a decidere sulla situazione attuale monetaria, non un gruppo limitatissimo di banchieri di Bruxelles che impone a noi le scelte. MESSORA: si dice che la storia insegna e quindi dalla storia bisognerebbe imparare. Cito un brano che tu hai pubblicato a gennaio: “Strane corrispondenze della storia, quando Marx descrive i poteri della Francia di Luigi Filippo, in cui l’indebitamento dello Stato era l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli”. Ma è agghiacciante! BECCHI: sì, è agghiacciante. Però è agghiacciante anche soprattutto, direi, che autori che come Carl Marx hanno veramente capito il loro tempo e hanno anche prefigurato il futuro, oggi siano dimenticati e paradossalmente siano dimenticati proprio anche da coloro che si ispirano, si ispiravano vagamente alle idee socialiste o comuniste. Cioè Marx l'ho citato in quel contesto, Marx ritorna in un articolo che ho citato, dove si fa capire di nuovo che insomma le merci stanno prendendo, il mercato finanziario sta assumendo un potere straordinario rispetto anche al semplice sviluppo capitalistico come è stato nelle prime fasi. Io credo che le analisi di Marx andrebbero oggi ripensate, non soltanto le analisi economiche ma anche le analisi politiche. Ci può dire ancora molto. Noi lo trattiamo come un cane morto ma un cane morto non è. Del resto alcuni economisti avveduti si rendono sempre più conto che il capitale finanziario, nella fase che sta attualmente attraversando, era già stato previsto da Marx nelle sue analisi di fine '800; quindi grande capacità di previsione. Quello che oggi manca, quello che oggi manca completamente, perché le capacità di previsione di analisi lucida che esisteva allora oggi manca, non si trova da nessuna parte. Lo si vede molto bene, gli economisti brancolano nel buio e quei pochi che adesso cominciano a vedere chiaro che l'alternativa è soltanto l'uscita dall'euro per salvare i popoli europei, sono pochissimi al momento, però cominciano ad esserci; non nel nostro paese, perché nel nostro paese con la decisione di questo governo e con la stampa, le televisioni, i mezzi di informazioni, questo grande martellamento che ci viene fatto costantemente in testa che senza l'euro noi non riusciremo più a vivere è tale per cui qualsiasi discussione, discussione neutrale anche, se vogliamo, viene bloccata. Viene bloccata perché c'è una propaganda messa in atto dal regime attuale che non lascia spazio ad un vero autentico dibattito se non in luoghi così limitati come quello che possiamo fare noi oggi, un articolo sul giornale apparso su Libero di cui meglio non parlarne, assolutamente evitare di parlarne: è un professore che è andato fuori di testa. MESSORA: ma il concetto di democrazia su cui è nata l'Europa è molto aleatorio, basti pensare a tutti i referendum che o non sono stati proposti, come in Italia, siamo entrati col Trattato di Lisbona, era il 15 agosto 2008 e la gente era in spiaggia ad ubriacarsi e loro ratificavano un trattato europeo senza la pur minima consultazione. Oppure come in Irlanda quando sullo stesso trattato fecero una consultazione referendaria e vinsero i no, l'Europa li costrinse a ripeterlo fino a che non vinsero i sì. Come dice Nigel Farage, l'Europa è un posto dove i referendum si fanno e prevedono solo due risposte: “sì” e “sì, per favore”. Oppure basti pensare al referendum sulla Costituzione Europea che i francesi hanno bocciato ma gli è stato rinfilato con il Trattato di Lisbona. Basti pensare al referendum in Grecia che appena Papandreou si è permesso di dire “facciamo un referendum per chiedere al popolo – perché siamo in democrazia – se vogliono le misure di austerity o vogliono un'altra soluzione” è stato ribaltato il governo. Insomma, l'Europa è una costruzione elitaria di poche persone che hanno deciso che così dovevano andare le cose. Del resto l'ammissione di Monti alla Trilaterale era proprio quella di costruire l'integrazione europea. Poi lui ammise in un video che questo avviene per il vantaggio materiale delle lobby americane, ma questa è una cosa che non fa scalpore. Tu parli addirittura di “governo di spettri”, “un governo di spettri che si legittima non attraverso il consenso democratico ma attraverso la difesa di una fantomatica moneta che non è la nostra, ma semplicemente l'unica. Quello che conta è salvare l'euro, anche a costo – come sta avvenendo – di ridurre alla miseria intere popolazioni”. Ma tu che sei professore di filosofia del diritto, ma c'è un qualche diritto che può essere superiore alla felicità dei popoli? BECCHI: sì, la felicità è uno degli aspetti fondamentali, il diritto alla ricerca libera e propria della felicità che ritroviamo nei primi documenti delle costituzioni americane. Io più che il principio “felicità” metterei a quel posto, nella nostra tradizione continentale, il principio “dignità”, il principio della dignità umana. Ma ora non è tanto... Non vorrei portare la discussione su questo aspetti così radicali, così di principio quali sono i principi fondanti, eccetera, qui il problema fondamentale è che, come tu hai detto giustamente, da un lato la moneta è stata imposta, dall'altro lato le scelte politiche decisive, come per esempio la Costituzione Europea, è stata bocciata dai popoli europei. Ora questo è un fatto gravissimo. La costituzione nasce, pensiamo alla nostra Costituzione, dalla volontà, è espressione della volontà del popolo. Quando la Costituzione, sotto forma adesso di Trattato di Lisbona, viene addirittura imposta ai popoli contro la loro volontà, perché tu hai citato la Francia e io nell'articolo di oggi riprendo questa cosa e per i Paesi Bassi vale la stessa cosa, per l'Olanda. Quindi qui si tratta chiaramente di una costruzione artificiale che è stata imposta ai popoli. I popoli non lo volevano questo tipo di costruzione artificiale, né politica né economica. Il dato di fatto è questo. Oggi dobbiamo ripensare ad una rimessa in discussione complessiva dell'ordine politico che si è costruito negli ultimi venti anni. È questo il grosso problema che abbiamo di fronte. Probabilmente si apre lo spazio per un diversissimo ordine politico. Potrà essere una catastrofe? Non lo so. Nella catastrofe ci viviamo già. Questa idea che non si possa uscire dall'euro perché se no sarà la fine del mondo, vuoi la mia risposta? Meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine. MESSORA: perché in effetti l'alternativa che si prospetta è quella di un'austerity senza fine. BECCHI: esatto! MESSORA: se dobbiamo essere vessati, tassati, affamati! A questo punto ci sono dei paesi, come l'Argentina, che sono falliti ma adesso viaggiano al 5, 6, 7, qualcuno dice 8% del PIL. BECCHI: esatto. Ma io mi domando e dico: perché non si apre una discussione politica su questi temi? Perché tutti ad adorare questo governo? E cosa sta facendo questo governo? Cosa ha fatto finora? Ha aumentato discriminatamente le tasse. È questo il modo secondo loro per favorire la crescita? Rendendo il popolo in condizioni tali da non comprare più niente, disagiati in tutti i modi? Questo secondo me è impensabile. Il grosso problema è che questo Stato ha ormai obnubilato la mente degli italiani, anche se io ho l'impressione... Prendiamo le ultime elezioni amministrative. Insomma, voglio dire, c'è stato uno scombussolamento totale. Sì, potranno dire “sono amministrative. Le amministrative è una cosa e le politiche sono un'altra”. Ma insomma, Forza Italia è sparita. Praticamente una forza del genere... il Popolo delle Libertà dov'è? Non c'è. La Lega? Insomma, in stato vegetativo permanente. Sì, mancherà, sarà arroccata in quei quattro o cinque posti, ma chi è che ci crede più? Ecco l'esplosione dall'altra parte di un movimento di protesta che ha avuto grande successo. Ma non soltanto questo, c'è anche una grandissima astensione. Secondo me c'è un vuoto, oggi in Italia un vuoto di rappresentanza politica. Cioè i partiti attuali... Il terzo polo, cioè – tra virgolette, perché non voglio offendere nessuno – i traditori dei diversi poli che dovevano costituire la novità politica del futuro. Inesistenti. Qui ci sarebbe bisogno di una nuova forza politica innovativa, come del resto è stato, perché questo non possiamo negarlo, che è finito miseramente, che non ha avuto nessun successo, che è stato venti anni di sofferenze; Berlusconi però all'inizio era questo, qualcosa di nuovo. MESSORA: come la Lega? BECCHI: come Berlusconi e la Lega. Queste sono state le grandi novità del panorama politico italiano. È finito tutto in merda. D'accordo, è vero. Niente da dire. È stata un'illusione. Però, ecco, ci vorrebbe di nuovo qualcosa di nuovo, che uscisse qualcosa di nuovo dal letamaio in cui siamo caduti. MESSORA: forse la gente è così arrabbiata con i partiti perché, come tu dici quando parli del manuale di Curzio Malaparte “Tecnica del colpo di Stato”, hanno concesso la legalità ad un governo che legittimo non era, tu dici “ed è così che il Parlamento diventa complice necessario del colpo di Stato”. BECCHI: certo. MESSORA: accetta il fatto compiuto e lo legalizza formalmente. Quando dicono “ma è tutto regolare”, è tutto regolare perché qualcuno lo ha fatto diventare regolare.
BECCHI: ma certamente. I partiti si può dire che hanno avuto le mani legate. Tu facevi prima l'esempio dell'euro. I partiti in Italia hanno avuto le mani legate e hanno dovuto votare per questo governo. Ma l'euro? Come mai è stato creato questo meccanismo irreversibile? Cioè abbiamo creato la moneta e non ne puoi uscire dalla moneta. Ma quando mai? Ma cosa è l'euro? Qualcosa di a tal punto intoccabile che non si può tornare indietro, che non si può dire ad un certo punto “noi non lo vogliamo”? Ma per quale motivo? Cioè se un singolo Stato si riprende la propria sovranità, sovranità monetaria, certo che può farlo. Il fatto che la moneta sia stata costruita pensandola irreversibile, pensando che non si potesse tornare indietro, è un errore di coloro che l'hanno pensato, che lo hanno voluto imporre in questo modo ai popoli. Ma i popoli nella loro sovranità possono sempre, in qualsiasi momento, ricontrattare la cosa e dire “non stiamo più a quel patto”. MESSORA: pensa che stanno spingendo questo principio alle estreme conseguenze, perché stiamo per ratificare un Trattato che si chiama MES, il famoso Trattato europeo sulla stabilizzazione, il fondo salva-stati, che prevede che i 17 super governatori possono imporre agli Stati il pagamento di quote che decideranno loro, via via potranno essere sempre maggiori, e non prevede in alcun modo che uno stato possa sottrarsi a quest'obbligo e prevede addirittura l'impegno che i governi, anche successivi a quelli che lo ratificano, non possano recedere mai più da questo Trattato. Siamo alla follia. Siamo alla schiavitù. Tu dici una cosa nell'articolo di oggi: “occorre inoltre la fine di questo sistema parassitario ed usuraio di economia monetaria e finanziaria. Sono gli Stati ad essere i creditori dell'Europa, sono i popoli che anticipano ai banchieri i capitali di cui essi hanno bisogno e soltanto con un gioco di prestigio questi stessi popoli e Stati ne divengono improvvisamente i debitori costantemente insolventi”. Cioè hanno inventato una nuova tassa occulta dalla quale non si può assolutamente recedere e che non si può neanche negoziare. BECCHI: certamente! È questo il gioco di prestigio che è stato creato. Un gioco di prestigio tale per cui noi perderemo sempre di più. Perché? Perché i nostri debiti non faranno che crescere, e stanno crescendo, lo spread che di nuovo aumenta. Quindi il nostro debito aumenta. Ma il debito lo hanno creato loro, non lo abbiamo creato noi. Certo, è vero, ci sarebbero state da ridurre delle spese nella nostra attività dello Stato, eccetera. Però pensa alla Spagna. La Spagna non aveva questo problema, il forte debito pubblico la Spagna non ce l'aveva ed è nella merda come siamo nella merda noi oggi. Come mai? MESSORA: oppure pensa al Giappone che ha un debito pubblico elevatissimo e questo problema non ce l'ha. BECCHI: eppure questo problema non ce l'ha. Quindi il problema non è questo. Il problema, ripeto, è la costruzione di una moneta e di un'Europa, perché le cose vanno insieme, questo tipo di moneta e questo tipo di Europa politica che è fondata esclusivamente sul controllo di quello che io ho definito un potere invisibile. Perché noi sappiamo chi è il Ministro, sappiamo chi è il Presidente, ma questo grande centro di potere che prende le decisioni sulla testa di ogni singolo popolo noi non sappiamo chi sia, questo gruppo limitato di persone che sta decidendo sulla vita e la morte di migliaia di persone. Noi non lo sappiamo. Non abbiamo i mandanti, abbiamo gli esecutori materiali. Gli esecutori materiali oggi si chiamano in Italia Monti e alla Banca Centrale Europea Draghi. Questo noi sappiamo, vediamo visibilmente. Quello che c'è dietro noi non lo vediamo. Ma il tema del potere invisibile è un tema che certamente contrasta con l'idea di democrazia, ma è quello che noi oggi stiamo sperimentando. È proprio questo che si sta verificando. Le decisioni vengono prese al di sopra delle nostre teste complessivamente. Non possiamo farci niente. L'unica cosa che al momento si può fare – io non vedo altra alternativa – è lottare, è remare contro e remare contro significa cosa? Recuperare quegli spazi di sovranità che gli Stati non hanno avuto. Però questo può avvenire, a mio avviso, soltanto come? Se all'interno della società civile questo bisogno effettivamente è sentito, se nell'opinione pubblica comincia ad esprimersi. È chiaro che, guarda, qui “Libero” non c'è, vedi? “Repubblica”, “il Corriere”. Cioè da una parte l'organo dello stalinismo, non esiste più lo stalinismo ma esiste il giornale. Repubblica rappresenta questo, è l'organo dello stalinismo istituzionalizzato. Prendiamo un giornale neutrale, un giornale che è considerato il giornale per eccellenza, che tutti dovrebbero leggere perché ti dà il piano, è equilibrato, eccetera: il Corriere della Sera. Non è un numero nuovo, a caso. Io sono convinto che se noi dovessimo sfogliare qualsiasi giornale troveremmo immediatamente un articolo che “Madonna! L'euro non si può toccare! L'Europa è fuori discussione!”, eccetera. Vediamo. Sfogliamone uno a caso. “Dalla finanza all'antipolitica”, “i nemici della moneta unica”, “bisogna fermarli prima che la loro azione nefasta agisca sui nervi scoperti dei governi e della politica. Un fallimento dell'euro segnerebbe sia la fine del progetto storico cui generazioni di governo hanno lavorato indefessamente...” Ma vi rendete conto che è pura, vuota retorica? Generazioni intere? Ma se sono dieci anni che c'è l'euro, cazzo! Ma scusate, ma quali generazioni? Io mi ricordo ancora della lira e mi ricordo che un milione di lire, un milione di vecchie lire una persona viveva dignitosamente. Con due milioni di vecchie lire una famiglia era benestante. Con duemila euro oggi muori di fame. È questa la realtà. È questa la realtà che viene costantemente smentita. Come si fa? “I sostenitori della fine dell'euro hanno torto marcio”. Ma me la porti una motivazione dove abbiamo torto marcio? Avete paura! Avete paura, per questo tutti i giorni – ora ho preso un giornale a caso, vecchio – tutti i giorni dobbiamo essere ripresi da questa continua manipolazione, per cui se parli contro l'euro è come se parlassi contro Dio. Uguale. Sei un ateo. Con tutto il rispetto che io posso avere per gli atei, sono credente. Ma porca miseria, è possibile che noi abbiamo fatto di una moneta una divinità? Come oggi ho detto, una divinità malvagia. Perché una divinità tu immagini ti darà del bene, ma questa sta annientando intere popolazioni. È come se fosse una guerra senza che ci spariamo a vicenda. Ma se la gente muore! Quanti sono? Io non ricordo, ma in Italia dall'inizio dell'anno quanta gente si è già ammazzata per problemi economici? Piccoli imprenditori che di fronte all'impossibilità di mantenere la famiglia, di fronte alla necessità di chiudere la fabbrica si sono ammazzati. È questo a cui noi vogliamo giungere? A questo livello di sacrifici? Della vita stessa sull'altare non di un'idea, la felicità, la dignità, eccetera, o anche l'onore, mettiamoceli tutti, l'identità nazionale, quello che volete. No. Quella bella moneta che campeggia a Bruxelles: l'euro. Possiamo farne a meno. Direi che sì, sarà difficile, sarà un cambiamento del modo di pensare, eccetera, ma io penso che sia venuto veramente il momento di dire basta con questo euro e basta con questa Europa. Io penso che sicuramente sia necessario recuperare la propria sovranità monetaria ma anche la propria sovranità politica. Io sono per la chiusura dell'accordo di Schengen. L'Italia deve uscire dall'accordo. Si riprenda la sovranità monetaria ma si riprenda anche la sovranità politica. Sul proprio territorio nazionale decide l'Italia. Il problema qual è? Il problema è che quello che io sto proponendo non è realizzabile, non è fattibile. Perché? Perché tutti i partiti politici attualmente presenti sono radicalmente favorevoli invece all'ipotesi contraria: la difesa dell'euro perché se no appunto il paese andrebbe a scatafascio e la difesa di questa Europa. Perché è chiaro che se dovesse... Noi dobbiamo però tener presente questo, nel 2013 ci saranno le elezioni politiche. Qui ritorno sull'idea mia precedente, posso sbagliarmi, ma c'è al momento in Italia un vuoto di rappresentanza politica. Se questo vuoto politico sarà riempito da una forza in grado di trascinare milioni di italiani allora si può vedere che cosa succederà. MESSORA: Paolo, per venire ai fatti di cronaca, dell'attualità, tu oggi nell'articolo scrivi “La minaccia terroristica nella storia di questo paese prelude sempre alle retoriche dei governi di unità e solidarietà nazionale, di fatto alla neutralizzazione della critica politica ed alla repressione di ogni forma di dissenso”. Già ieri la Cancellieri, mi pare, ha usato l'argomento che la TAV era la madre di tutte le preoccupazioni e lo ha fatto all'interno di un contenitore dove si parlava di terrorismo, proprio di quello che è successo alla Ansaldo. Tu temi che possa verificarsi ancora, oggi, nel 2012, questo genere di strategia? BECCHI: io penso che è un'arma spuntata. Ma il fatto dell'attentato, della gambizzazione del dirigente della Ansaldo e il tentativo di utilizzare gruppi anarchici non ben definiti va in questa direzione. Nel nostro paese il terrorismo ha sempre avuto questa funzione di aiuto per lo Stato, fondamentalmente, è stato largamente un terrorismo... MESSORA: ...di aiuto per il "governo". BECCHI: ...di aiuto per il governo. Quindi può anche darsi che non avendo più altra carta a disposizione, si utilizzi di nuovo questo strumento come forma di coesione nazionale. Io penso però, d'altra parte, che gli italiani ormai sappiano riconoscere quello che è avvenuto nel passato, non hanno una memoria così corta. Se pensano di utilizzare questo sistema per poter creare maggiore coesione intorno a questo governo o per giungere a quello che io prevedo, prossime elezioni e un governo di unità nazionale si sbagliano. Lo cercheranno di fare, utilizzando anche questo strumento se non ne troveranno altro, ma si sbagliano. Perché io credo che se cominciano ad esserci giornali come Libero, perché è Libero effettivamente, o blog addirittura come il tuo dove si dà spazio e voce a un professore che non ne ha avuto mai e che sugli altri giornali non riesce a scrivere o non ha possibilità di esprimersi da altra parte, già è un segno, un piccolo segno che probabilmente all'interno della società c'è un bisogno, si sente il bisogno di questa critica radicale nei confronti dello stato di cose esistenti. Perché questa è chiaramente una crisi destra-sinistra, ma sono categorie del secolo scorso. Non esiste più un problema di destra o di sinistra, qui esiste un problema esclusivamente di sopravvivenza. Prima ancora della felicità abbiamo diritto a sopravvivere. Qualsiasi famiglia italiana ha diritto alla fine del mese di arrivarci. Con l'euro e con questa Europa, con questo governo non ci arriverà più. Trascrizione a cura di Maria Laura Borruso  
 | | | | Torino, terra di mafia |
di Valerio Valentini Prendetevi un minuto di pausa e fate un respiro profondo: oggi facciamo un gioco. Immaginate che un consiglio provinciale si costituisca parte civile in un processo di ‘ndrangheta, nel quale un noto politico locale è accusato di aver interloquito con la cosche calabresi, ottenendo voti e garantendo favori. Poi ipotizzate – ragionando sempre per assurdo – che nelle poltrone del consiglio provinciale costituitosi parte civile contro quel politico, sia seduto il figlio dello stesso politico. Che, tra l’altro, è stato eletto proprio grazie ai voti che suo padre, giudizioso, ha racimolato presso i boss. Ora, terminato il gioco, strabuzzate pure gli occhi: quello che avete letto è tutto vero. Succede nella provincia di Torino, nel cuore di quel Piemonte che è diventato, ormai da anni, una vera e propria terra di mafia. Ma andiamo con ordine. L’8 maggio scorso, di fronte alla Commissione Speciale Antimafia, il presidente del consiglio provinciale di Torino, Sergio Bisacca, ha annunciato l’intenzione dell’ente da lui diretto di costituirsi parte civile. Fin qui niente di strano. Se non fosse che uno dei principali indagati nell’inchiesta è Nevio Coral, noto politico e imprenditore, sindaco di Leinì per oltre dieci anni (un comune di 15mila abitanti nel torinese) ed esponente a vario titolo di molte aziende attive in campi che vanno dall’edilizia ai servizi comunali. Non solo: Nevio Coral è anche il fondatore di “Nuove Energie”, associazione culturale che ha “l’intento di incrementare la partecipazione di persone della società civile alla gestione della cosa pubblica”. Tuttavia, la curiosità è che su come gestire la cosa pubblica Nevio Coral ha un’idea tutta sua. Stando agli inquirenti, infatti, il buon Coral – arrestato nel giugno scorso – avrebbe stabilito solidi rapporti con le cosche calabresi impiantatesi nella provincia di Torino, tanto che gli ‘ndranghetisti lo userebbero come “un biglietto da visita”, e addirittura come “un gioco” da spartirsi e litigarsi per ottenerne ritorni economici e favori di vario genere. Favori in cambio dei quali Coral otteneva ovviamente un’ottima contropartita: la garanzia di un mucchio di voti. E a chi andavano i voti che lui raccoglieva? Al figlio, appunto, che dal 2005 fino al dicembre del 2011 è stato sindaco dello stesso comune, Leinì, divenuto un feudo di famiglia e sciolto per infiltrazioni mafiose nel marzo scorso, riuscendo contemporaneamente ad approdare in consiglio provinciale nel 2009. Ad affermarlo, infatti, sono le carte dell’inchiesta Minotauro, quella che ha portato all’arresto di Coral padre per concorso esterno in associazione mafiosa: Ivano sarebbe fortemente condizionato – per non dire manipolato – nel suo operato dalle indicazioni del padre, che dunque resterebbe il vero burattinaio della politica di Leinì e dintorni. E le ombre dei voti di ‘ndrangheta non ricadono soltanto sul figlio Ivano, ma anche sulla nuora (la moglie dell’altro suo figlio, Claudio) Caterina Ferrero, ex assessore regionale alla sanità, travolta da un’altra inchiesta, di poco precedente all’operazione Minotauro, che la vedeva al centro di uno scandalo fatto di turbative d’asta e corruzione in ambito sanitario. Una famiglia modello , insomma. Tuttavia, al di là delle accuse formulate dai magistrati, a dare un’idea del sistema messo in piedi da Nevio Coral ci pensano le vive voci dei protagonisti di questa storia: lo stesso politico-imprenditore e i boss coi quali lui interloquiva. L’incontro avviene in un ristorante di proprietà di Claudio Coral, il 20 maggio: l’obiettivo è lanciare l’enfant prodige in corsa per le elezioni provinciali del 6 e 7 giugno 2009, Ivano. Il boss con cui viene intavolata la trattativa è un esponente importante all’interno del “Crimine” di Torino, l’organo di raccordo tra le varie cosche locali, e si chiama Vincenzo Argirò. Il quale, non sapendo di essere intercettato dalle microspie dei Carabinieri, fa un accenno ai bei tempi passati: “dottore, noi siamo qua e siamo felici di esserlo perché … sanno che noi siamo qua con voi e saremo felici come lo siamo stati … anni fa …se voi vi ricordate bene …”. Poi, mentre la serata trascorre, un altro picciotto continua: “con tutto il rispetto che io c’ho per Ivano, lo conosco da piccolo, siamo cresciuti assieme … ascolta … però, dove vai vai, Ivano non è Ivano, Ivano è il figlio di Nevio!”. E Nevio, infatti, che non ha ritenuto opportuno neppure portarlo alla cena, suo figlio, precisa: “In molti casi dicono che è la mia copia più istruita, no? perché lui si è preso una laurea …ha quel qualcosa in più … gli manca, gli manca, forse, gli manca quella maestria e quella esperienza…”. E la conferma del fatto che la mediazione della ‘ndrangheta è stata fruttuosa, arriva due giorni dopo le elezioni, quando un altro boss locale, Giovanni Iaria, viene intercettato mentre parla al telefono con un altro affiliato: “gli ho telefonato a Nevio […] ho detto vedrai che gli unici che mantengono gli impegni sono quelli che… vicino a te, e tuo figlio è eletto…viene eletto tuo figlio perché io avevo già fatto i conti […] loro hanno aspettato fino alle tre e mezza a saperlo, però io gliel’ho detto ieri sera alle sei e mezza. […] Ha preso 7500 voti: dei nostri non è scappato nessuno!”. Dunque il sistema Coral non aveva fallito. Quel sistema che lui aveva esposto alla tavolata dei boss: “Innanzitutto prendiamo uno lo mettiamo in Comune, l’altro lo mettiamo nel consiglio, l’altro lo mettiamo in una proloco, l’altro lo mettiamo in tutta altra cosa, magari arriviamo che ci ritroviamo persone nostre che... E diventiamo un gruppo forte”. Ora, resta da capire come si svolgerà il dibattimento in aula. La parte civile, infatti, di norma è quella che si ritiene danneggiata e intende far valere le proprie ragioni davanti al giudice, al fine di vedersi risarcita. E ci scapperà da ridere a sentire Ivano Coral in preda a crisi mistiche: “Caro papà, dato che tu mi hai favorito regalandomi i voti della ‘ndrangheta, io mi ritengo da te danneggiato. Non in quanto tuo figlio, ma in quanto membro del consiglio provinciale che oggi ti accusa”. Onde evitare cortocircuiti del genere, a disposizione del povero Nevio Coral, forniamo qui brevemente delle formule linguistiche per uscire dall’imbarazzo nel quale potrebbe cadere. Innanzitutto, può ritenersi perfettamente a posto con la propria coscienza presentandosi come semplice “utilizzatore finale” dei voti illegali che suo padre gli ha fornito; oppure, può proclamarsi come il primo eletto coi voti della ‘ndrangheta a sua insaputa. Formula che, ultimamente, va molto di moda.
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La 'ndrangheta che vuole la Tav in Val di Susa  
 | | | | Ho posseduto Vegas |
Ieri ho fatto un discorso al Mercato Finanziario. Ho posseduto per alcuni istanti Giuseppe Vegas, presidente della Consob, intento a parlare davanti al presidente della Repubblica, davanti al Vice Presidente del Senato, davanti al Governatore e ad altri simpatici caratteristi. Alla fine non si ricordava niente, ma tutti gli altri lo hanno sentito distintamente affermare: « In un mondo sempre più globalizzato diventano più stretti e meno agevolmente tracciabili i legami fra i mercati e gli intermediari bancari. L’innovazione finanziaria può essere positiva, ma legislatori e autorità hanno il dovere di evitare che si trasformi in un meccanismo che brucia i risparmi delle famiglie.
La crisi fa vacillare le nostre certezze. Il livello di benessere, l’equità sociale, il futuro delle nuove generazioni sono messi in discussione. Occorre domandarsi tuttavia se ciò dipenda da una condizione reale o se, come ci ricorda Epitteto, "quel che turba gli uomini non sono le cose, bensì i giudizi che essi formulano intorno alle cose".
Le nostre paure sono sintetizzate in un numero, che oggi è rappresentato dallo spread. Lo spread si basa sui fondamentali dell’economia. Tuttavia incorpora un giudizio di valore sintetico e soggettivo che, spesso, li travalica. In molti paesi europei va crescendo l’insofferenza nei confronti della ‘dittatura dello spread ’, vista come ostacolo alle aspirazioni dei popoli. I cittadini non accettano di pagare per scelte su cui non sono chiamati a decidere. Affidare il nostro futuro a un numero costituisce anche un modo di abdicare ai nostri doveri. I nostri doveri discendono anche da un fondamentale diritto: quello di partecipare democraticamente all’assunzione delle decisioni che ci riguardano. E lo spread, che dipende in sostanza dalle scelte di un soggetto invisibile, il mercato, attribuisce ogni potere decisionale a chi detiene il potere economico, nei fatti vanificando il principio del suffragio universale.»
Subito dopo, esaurita la ricarica del tempo di possessione (il possession-time), sono uscito dal corpo di Vegas. Napolitano lo guardava monitante. Lui, invece, sorrideva convinto.
Entriamo tutti nel corpo delle più alte cariche istituzionali. E' la nuova frontiera del dissenso. Ognuno ne scelga uno. La Carfagna non vale.  
 | | | | Il paradosso taciuto dello spread | | Vi prego di ragionare su una cosa. Cos’è lo spread? Il differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e i loro analoghi tedeschi. Perché ci sono rendimenti diversi? Perché il rendimento è la misura di un rischio: se chi “scommette” sui tuoi titoli ritiene che la scommessa sia più rischiosa, lo fa solo a condizione che il rendimento del suo investimento sia maggiore. Ovvero pretende più interessi in cambio del suo prestito. Cosa significa? Perché, se l’investitore crede che un titolo non sia affidabile, lo compra lo stesso? E’ matto? No: accetta il rischio. Fa una scommessa. Fa i suoi conti e calcola che se gli va male perde tutto, ma se gli va bene avrà speculato, cioè guadagnato di più del dovuto. Attribuisce insomma a questo rischio un costo, dopodiché presenta il conto. E noi il conto lo paghiamo. Lo abbiamo sempre pagato. Visto che non siamo mai falliti, abbiamo cioè quasi sempre pagato di più di quello che dovevamo pagare. Cosa succede, però, se andiamo in default? Succede che non paghiamo più. Cosa stanno facendo Monti e l’Europa? Ci stanno impedendo con ogni mezzo di fallire. Ci stanno cioè indebitando ulteriormente (i 125 miliardi che stiamo per conferire al MES, solo per iniziare, rappresentano una buona fetta del nostro debito pubblico: potremmo usarli per abbatterlo). Ci stanno, cioè, accollando nuovi fardelli per garantire i titoli di stato in scadenza e quelli a venire a chi li ha sottoscritti. Ma noi questa garanzia l’abbiamo già data: abbiamo accettato di pagare un rendimento molto maggiore rispetto a quello tedesco. Non eravamo mica scemi, l’abbiamo fatto in accettazione della scommessa dell'investitore, il quale ha puntato al tavolo alzando la posta, consapevole di poter perdere tutto ma bramoso di assicurarsi guadagni superiori. Dunque a che scopo pagare rendimenti più alti in fase di emissione titoli, se poi siamo costretti comunque a ripagare i debiti e non ci è permesso fallire? E’ un controsenso: o si stabilisce che “non possiamo fallire”, e allora lo spread deve essere abbattuto, portato a zero domani mattina, oppure si fanno debiti a tassi elevati, superiori al dovuto, ma poi se lo scommettitore perde sono affari suoi. Se dobbiamo pagare per il fondo salva-stati, allora vogliamo l’immediato azzeramento di tutti i differenziali sui rendimenti che siamo stati costretti a garantire quando abbiamo venduto il nostro debito. Altrimenti è una truffa. Obiezioni e riserve sul MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) La lettera di alcune personalità austriache a tutte le istituzioni di Vienna In qualità di cittadini responsabili, i sottoscritti hanno letto la bozza del MES con la necessaria diligenza e accuratezza. Siamo pervenuti alla conclusione che questa bozza non deve essere accettata. Coloro che la firmeranno, devono essere giudicati avendo agito con dolo eventuale, se le prevedibili conseguenze si manifestano. Non solo l’accordo contraddice le più elementari convenzioni UE, che costituiscono le basi per l’ingresso e per la permanenza nell’Europa Unita in qualità di membri, ma viola anche la Costituzione Federale Austriaca, poiché trasferisce le prerogative del diritto di ogni democrazia – per esempio la sovranità finanziaria - a una istituzione al di fuori del suo controllo. Se questo trattato sarà ratificato, tutti gli stati membri dell’UE saranno diretti da un’oligarchia finanziaria anonima priva di legittimazione democratica. Per dirla con schiettezza: è una delega ad instaurare una schiavitù anonima e finanziaria sotto al pretesto della “solidarietà”. In particolare, l’impegno ad obbligarsi in favore del settore finanziario sovraccaricherà la capacità delle economie nazionali e la disponibilità dei cittadini a subire ulteriori sacrifici finanziari. L’obbligazione “incondizionata e irrevocabile” al pagamento iniziale e a quelli aggiuntivi (Art. 8 e 9) testimoniano di questa riduzione in catene a favore dei grandi possessori di capitali. Attraverso l’obbligazione ad agire in accordo con l’FMI, si stabilisce l’influenza indiretta degli USA, ovvero la compartecipazione decisionale di quelli che hanno prodotto e che ancora mettono in scena la crisi finanziaria. I privilegi e le immunità richieste assicurano agli attori, che spennano i cittadini europei con illimitate tasse di solidarietà, possano formare un super – stato che di fatto non può essere controllato, citato e perseguito legalmente. La personalità giuridica del MES, dotato di piena immunità giudiziaria (“immunità da ogni forma di processo giudiziario” etc.), in accordo con l’Art. 27 ,nonché la stessa immunità giudiziaria dei suoi organi come da Art. 30, costituiscono una vera e propria carta bianca giudiziaria. L’Art. 17 regola le operazioni di prestito del MES. Avendo il MES diritto di fare ricorso contro tutti gli stati membri, ecco che diventano possibile orge debitorie senza alcun controllo parlamentare e, per gli attori dei mercati di capitali, grossi profitti sui crediti senza che questo comporti per loro alcun rischio. Noi riteniamo che se, per qualsiasi motivo, i governi volessero aumentare la massa monetaria, dovrebbero invece affidare la “creazione della moneta” direttamente alla BCE, piuttosto che ottenerla attraverso una doppia intermediazione creditizia a costi più elevati. L’indifferenza rispetto alle preoccupazioni e ai problemi dei cittadini e l’attesa inflizione dell’austerity minacciano di portare a una resistenza pubblica, all’abbattimento dei governi e perfino a guerre civili. Quando i cittadini si sveglieranno e si renderanno conto che i grossi attori finanziari, che chiedono sempre maggiori sacrifici economici a tutti gli altri, non corrispondono di contro un’adeguata contribuzione, si ribelleranno. Ci permettiamo di di aggiungere che abbiamo avvisato tutti i politici in tempo, ma siamo stati liquidati come profeti di sventura. Quando l’euro fu introdotto, richiamammo l’attenzione sul fatto che una valuta comune non poteva indurre allo sviluppo di politiche economiche e finanziarie comuni. All’opposto, una moneta comune avrebbe dovuto basarsi proprio su politiche economiche e finanziarie già armonizzate con successo. Vi informammo che, secondo la nostra esperienza e le nostre conoscenze, c’era da attendersi che la scadenza di grosse fette di debito greco, spagnolo e portoghese sarebbe stata usata come una ghiotta opportunità per creare una volata verso più alti tassi di interesse. Puntualizzammo che dei debiti ci si può liberare solo con disciplinate regolamentazioni (riduzione o bancarotta) e non appuntandolo a qualcun altro. Siccome i grandi attori finanziari e i loro vassalli si sono consapevolmente assunti il rischio, e quindi hanno chiesto interessi più elevati (che includono un premio per il rischio che si corre), devono anche assumersi il rischio del fallimento (default). Dato che i politici europei si sono fatti così facilmente intimidire e scoraggiare, la strategia dei grandi attori e del loro braccio armato, il governo degli Stati Uniti, si è fatta sempre più chiara e sfacciata. Con la richiesta e l’avvio di “ombrelli si salvataggio” pubblici i rischi evidenti sono stati, e ancora lo sono, trasferiti sugli stati europei (quindi ai cittadini europei innocenti). Di fronte all’evidente debolezza del dollaro americano, gli stati europei e specialmente la valuta concorrente, l’euro forte, possono essere così attaccati sulla base di questa nuova situazione scaltramente creata ad arte. Il TEC (Transatlantic Economic Council) ha offerto un utile fiancheggiamento. Questo attacco concertato all’euro darà un momentaneo respiro al dollaro americano, ma non può salvarlo. Quindi è urgentemente necessario un nuovo sistema di valuta mondiale e un taglio concomitante del debito. La bolla finanziaria, che è stata gonfiata dal cosiddetto “fiat money” (denaro non convertibile in oro, il cui valore è stabilito dal Governo), deve essere portata a un’implosione pacifica, invece di rischiare un’esplosione. Gli stati debitori e i loro cittadini devono essere messi in condizione di respirare nuovamente. Quanto prevedibile sia stato lo sviluppo verso la crisi attuale, e quanto resistenti ad ogni avviso, vigliacchi, ciechi i nostri politici codardi siano stati fin ora, e quanto coraggio serva per cambiare la forza di sistemi prestabiliti, può aiutare a comprenderlo una citazione dall’enciclica Quadragesimo Anno del 1931, Par. 106: “ La concentrazione del potere economico cresce fino a diventare mostruosa nelle mani di coloro che dominano e dirigono il capitale finanziario in maniera tale da avere illimitata disponibilità sul credito e sulla sua distribuzione. Controllando i servizi del reddito controllano la circolazione del sangue di tutto il sistema economico. […] L’elemento centrale dell’economia è fino a tal punto in loro pugno, che nessuno osa respirare contro il loro volere ” Per favore, siate consapevoli: procedere su questa strada significa agire con dolo. L’insorgere gentile nella direzione di un nuovo ordine sostenibile e pacifico sarà inevitabile. Dr iur. DI. Heinrich Wohlmeyer,
Hon. Prof Gen. Dipl.-Kfm. Günther Robol Dir. i. R. Certified Public Accountant http://www.currentconcerns.ch/index.php?id=1348
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Per il resto, tutto bene
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 | | | | L'Italia come la Grecia, truccò i conti per entrare nell'euro |
A distanza di dieci anni si scopre che l'euro era basato su una colossale truffa ai danni dei cittadini, perché entrammo a farne parte grazie ai trucchi di "creativi giocolieri finanziari", come lo Spiegel definisce Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del tesoro del Governo Prodi, e grazie alla Germania che non voleva fossimo troppo competitivi. Helmut Kohl scelse volutamente di ignorare tutti i rapporti e le pressioni degli altri stati i quali, come l'Olanda, evidenziavano come non fossimo pronti, così come i drammatici appelli finali come quello di Stephan Freiherr von Stenglin, attaché finanziario dell'ambasciata tedesca a Roma, i quali sottolineavano come il nostro ingresso nella moneta unica si sarebbe tradotto in un disastro per noi e per gli altri. Secondo lo storico Hans Woller, al momento di entrare nell'euro l'Italia era "sull'orlo della bancarotta finanziaria" e propose per due volte di rinviare la partenza dell'euro, ma la Germania rifiuto'.
L'Italia – si legge sul Times - rappresentava un "rischio speciale" per l'euro, fin dal suo inizio nel 1999, poiché "continuava a rifiutarsi di ridurre il suo enorme debito", avvertì un memorandum profetico inviato a Kohl nove mesi prima del lancio della moneta unica. Kohl fu avvisato che l'Italia usava trucchi contabili per mostrare sulla carta che faceva progressi, mentre in realtà il suo debito cresceva. Kohl trascurò le allerte e insistette che l'Italia doveva entrare nella prima ondata. Ingannò, per questioni di mera opportunità politica, non solo l'opinione pubblica, ma anche la Corte Costituzionale di Karlsruhe. Alla fine con una combinazione di circostanze fortunate e di trucchi come la tassa sull'Europa, la vendita delle riserve auree alla banca centrale e le tasse sugli utili, gli italiani riuscirono sul piano formale a rispettare i criteri di Maastricht, ma molte misure di risparmio erano solo cosmetiche, si basavano su trucchi contabili o vennero subito ritirale non appena venne meno la pressione politica.
Questa, in sintesi, la verità storica del settimanale tedesco Spiegel, che nell'inchiesta di cinque pagine denominata "Operazione autoinganno" ha pubblicato le risultanze di centinaia di pagine di documenti del governo Kohl sull'introduzione dell'euro tra il 1994 ed il 1998. Si tratta di rapporti dell'ambasciata tedesca a Roma, di note interne dell'esecutivo e di verbali manoscritti di colloqui avuti dal cancelliere della riunificazione.
L'Italia, secondo queste carte e le testimonianze di gente come Juergen Stark, Horst Koehler e Klaus Regling, attuale responsabile del fondo salva stati (Efsf), non sarebbe mai dovuta entrare nell'euro: Kohl, Prodi e Ciampi lo sapevano ma trascurarono volutamente, intervendo con trucchi di finanza funambolica, i dati e gli interessi degli italiani e degli europei.  
 | | | | Vale la pena di condividere questo post? | | Il MES (Esm in inglese) è il Meccanismo di Stabilità Europea. Il cosiddetto fondo salva-stati. Sembra una cosa buona, ma con il MES ci stiamo per indebitare di 125 miliardi di euro. 15 dovremo darli subito, e siccome non li abbiamo, dovremo fare nuovi debiti. Nuovi debiti significa nuovi interessi. Per cosa? Per essere “salvati”, nella malaugurata ipotesi dovessimo fallire. Ma come verremo salvati? Ci daranno semplicemente i soldi, un po’ come farebbe un’assicurazione a fronte del pagamento di un premio, al verificarsi di un sinistro? No, ce li presteranno. Nuovi debiti. Paghiamo 125 miliardi per avere la possibilità di farci prestare dei soldi a interessi elevati. Ve l’hanno mai raccontata così? Anzi: ve l’hanno mai raccontata in un qualsiasi modo? Ma non finisce mica qui: chi deciderà quanti soldi dovremo versare e quando? Diciassette uomini: i diciassette ministri dell’economia di diciassette stati membri (quelli che ratificheranno il trattato). Il diciassette porta sfiga. Infatti, secondo il trattato, nessuno di questi 17 uomini potrà essere chiamato in giudizio per una qualsiasi delle decisioni che prenderà nell’ambito del MES. E neppure avremo la possibilità di visionare i documenti che al MES verranno prodotti. Una super organizzazione opaca pagata con i soldi dei cittadini, che deciderà se e quale stato avrà il diritto di indebitarsi ulteriormente, a suo insindacabile piacimento, e per quale ammontare, senza essere sottoposta a nessun procedimento di verifica e di controllo democratico. A che scopo tanta segretezza? A che scopo tutta questa impunità? E che senso ha farsi un’assicurazione solo per avere il permesso di farsi riempire di debiti? Quando accendi un finanziamento sai quante rate dovrai pagare e quando scadrà l’ultima. Con il MES diamo un libretto degli assegni infinito e completamente in bianco. Il board dei governatori potrà infatti decidere in qualsiasi momento un aumento di capitale, che partirà con 800 miliardi, e gli stati membri dovranno corrispondere la loro quota parte secondo i tempi e le modalità stabilite di volta in volta, senza potersi opporre in alcun modo. Come non c’è modo di uscirne: se ratifichi il trattato, è per sempre. Non solo, ma siccome non c’è limite al peggio, il MES potrà rastrellare i soldi necessari, all’occorrenza, presso la grande finanza internazionale. Per esempio la Cina o le grandi banche d’affari. In questo caso, il finanziatore esterno avrà il diritto di commissariare lo stato sovrano che beneficerà del prestito (cui, è bene ripeterlo, saranno applicati interessi elevati), che si ritroverà la Goldman Sachs o Hu Jintao in Parlamento ad approvare o respingere ogni decisione. E una clausola specifica prevede che nessun Governo successivo a quello che ha ratificato il trattato potrà disimpegnarsi, adottando una eventuale decisione di uscita. Stiamo per consegnare le chiavi di casa alla grande speculazione internazionale e per abdicare a qualsiasi principio democratico conquistato nel tempo. Per ogni generazione a venire, nei secoli dei secoli, amen. Cosa dite, vale la pena di condividere questo post?
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intervista a Lidia Undiemi, studiosa di Economia e Diritto MESSORA: Oggi abbiamo l'onore di avere a Milano Lidia Undiemi economista, perché è laureata in economia, anche se non le piace questa parola, specialmente di questi tempi. Battagliera nei confronti del diritto del lavoro. Vero? UNDIEMI: Sì. MESSORA: Che recentemente si è contraddistinta per la sua battaglia contro il MES il fondo salva-stati. Vogliamo partire da lì, Lidia? Raccontaci un pochettino che cosa è. UNDIEMI: Allora, il MES anzitutto non è soltanto il fondo salva-stati ma si tratta di un'organizzazione intergovernativa con chiare tendenze finanziarie e privatistiche a cui le istituzioni vogliono attribuire il compito di gestire quella dotazione di denaro che teoricamente dovrebbe servire per aiutare gli stati in difficoltà dal punto di vista finanziario. La verità è che questa organizzazione sarà gestita da persone che godranno di immunità giudiziaria, di immunità di giurisdizione e di inviolabilità dei documenti. E se ci pensate benissimo è un grande paradosso, poiché le due grandi problematiche da mettere in campo per risolvere la crisi e per uscirne, sono la speculazione finanziaria, indiscussa protagonista della crisi di mercato, e la corruzione politica. Anzitutto vi do un piccolissimo passaggio tecnico, ma per essere precisi, e cioè che nel trattato, in realtà, poi si discute del fatto che vi possano essere delle situazioni in cui l'organizzazione stessa rinunci a questa immunità dell'inviolabilità. Poi dipende tutto dall'organizzazione. Ma non cambia la sostanza dei fatti, nel senso che alla fine non saremo noi, cioè non saranno delle istituzioni democratiche, non sarà quel “popolo sovrano” sancito dalla nostra Costituzione, a controllare coloro che gestiranno il fondo. Perché, attenzione, gestire il fondo significa gestire il destino del debito pubblico e conseguentemente delle linee di politica economica dei vari Stati membri. Tant'è che le condizioni per l'accesso al credito da parte dello Stato in difficoltà che decide di far ricorso al MES, perché lo Stato da un lato partecipa come socio, sono 17 Stati che partecipano non in qualità di istituzione sovrana ma soci. Ciò significa che il potere di uno Stato nell'ambito dell'organizzazione che gestirà questi 700 miliardi di euro iniziali, sarà misurato sulla base delle effettive capacità di natura finanziaria. Dall'altra parte poi uno Stato in difficoltà, come potrebbe essere sicuramente l'Italia, può anche decidere di chiedere un prestito alla stessa organizzazione di cui è socio.
MESSORA: alla quale partecipiamo con una percentuale del diciassette virgola qualcosa per cento, per un totale di 125 miliardi, dei quali – notizia sui giornali - si stanno accordando perché noi anticipiamo almeno 15 miliardi da pagare nei primi 3 anni. UNDIEMI: Il punto qual è, infatti? Che è prevista la corresponsione delle prime rate, che non sono misurate, badate bene, sui 700 miliardi e dunque sui 125 miliardi per l'Italia, ma su quella parte di quota inizialmente da versare che è nel complesso 80 miliardi. Ecco perché poi attualmente si parla di rate notevolmente inferiori rispetto ai 125 miliardi. Ma la domanda importante che i politici dovrebbero porsi e poi successivamente dare delle risposte ai cittadini: dove prendiamo questi circa 5 miliardi iniziali? MESSORA: Dalle tasche dei cittadini? UNDIEMI: Non soltanto. Ma li prenderemo a debito. Dunque noi parteciperemo al capitale del MES a debito e pagheremo degli interessi. Probabilmente queste quote saranno finanziate mediante l'emissione ancora di titoli pubblici, quindi è per questo che poi andremo a pagare altri interessi. Ma alla fine, attenzione che nell'ipotesi in cui uno Stato in difficoltà finanziaria, evidentemente, e decide di far ricorso al MES per ottenere un prestito, cosa dovrà dare in cambio questo Stato per ottenere del denaro? Allora, nel trattato c'è scritto che nel caso in cui il MES decida... perché può darsi anche che il Mes decida di non finanziare lo Stato, ma nel caso in cui si decide di finanziarlo dovranno essere imposte allo Stato debitore delle rigorose condizionalità. È chiaro che la prima cosa che ci si dovrebbe chiedere in Parlamento, prima di concedere eventualmente la ratifica è:
ma quali sono queste rigorose condizionalità? MESSORA: Non si sa?
UNDIEMI: Non si sa. Però leggendo la prima versione del Trattato, perché le versioni sono due, quella firmata dal Ministro dell'Economia Giulio Tremonti l'11 luglio, e quella poi firmata il 2 febbraio da altri rappresentanti istituzionali, nella prima versione si parlava, c'era un diretto riferimento alla politica economica, cioè la possibilità da parte in un'organizzazione, ripeto, intergovernativa che godrà di immunità ed inviolabilità di documenti, di potere imporre allo Stato in difficoltà delle condizioni di politica economica, che chiaramente si tradurranno anche in scelte riguardanti lo Stato sociale. Ma qualsiasi sia il livello di bisogno di uno Stato, mai noi dovremmo cedere la nostra sovranità ad un'organizzazione finanziaria ben sapendo che la causa delle crisi è la speculazione, quella dei poteri forti e anche quella delle banche. Dunque questa scelta sarebbe da scartare già adesso. Fate attenzione al passaggio del versamento delle quote, perché c'è scritto nel trattato che queste devono essere versate irrevocabilmente ed incondizionatamente. Che significa “irrevocabilmente ed incondizionatamente”? Questo, così come il primo passaggio, dovrebbero spiegarcelo i nostri parlamentari, perché in aula si dovrebbe discutere di questo. Ma se andate a vedere i documenti ufficiali attualmente disponibili online nel sito senato.it e parlamento.it, vedete che non c'è alcun riferimento a tali questioni. L'unica cosa di cui si discute è sostanzialmente dove e come andare a prendere i soldi da versare per le prime quote. Anzitutto io reputo il linguaggio “violento” - virgolettato, fammelo passare - perché “incondizionatamente e irrevocabilmente” è una cosa, è un linguaggio che non si deve utilizzare in un sistema democratico. MESSORA: Significa – spieghiamolo per chi guarda - che nel momento in cui aderiamo e ratifichiamo questo Trattato, tutte le cifre che il MES ci chiederà a nome di questi 17 governatori, se vorranno aumentare i fondi, il capitale disponibile, eccetera, dovremo versarle e non potremo in alcun modo rifiutarci. Se domani questi 17 super-governatori dovessero decidere di aumentare i fondi a 1.500 miliardi, noi per la nostra quota parte dovremmo immediatamente o comunque nei tempi e nei modi, perché c'è scritto anche questo, che decideranno loro, versare questi soldi. Uno almeno quando fa un finanziamento c'è scritto che pagherà un tot di rate e c'è scritto quando le pagherà. Qui non c'è scritto quante rate saranno, per quanto tempo e non c'è neanche una maniera per uscirne. UNDIEMI: Sì, infatti voglio lanciare una provocazione: nell'ipotesi in cui l'Italia non riuscisse a versare la propria quota o di capitale, in questo caso di capitale, o anche di debito, però di debito in realtà le condizioni dovrebbero essere teoricamente più leggere, ma nell'ipotesi in cui noi non riuscissimo a versare come italiani queste quote, cosa dovrebbero farci? Non le versiamo. Punto. Decidiamo di uscire dal ESM. Non versiamo le quote. E quindi? MESSORA: Non lo so. Dimmelo tu. UNDIEMI: Non lo so. Dovrebbero dircelo i nostri parlamentari. MESSORA: Il solito problema delle condizioni di uscita che non sono specificate. UNDIEMI: Sì. Ma infatti per questo dico che il trattato lascia carta bianca ai grandi finanziatori. Perché, attenzione, è chiaro che una dotazione di 700 miliardi di euro, di cui 500 prestabili, non sono sufficienti per far fronte alle richieste dei paesi europei che sono più in difficoltà. Infatti un altro passaggio fondamentale, ma sotto altri punti di vista, pericoloso del MES è che l'organizzazione potrà fare ricorso al mercato finanziario esterno per poter avere quella dotazione al fine di attuare i piani di finanziamento nei confronti degli Stati. Ciò significa che grandi potenze, per esempio la Cina, così come anche le banche, potranno partecipare ai piani di finanziamento per la concessione agli Stati in difficoltà. E c'è scritto anche nel Trattato che coloro che parteciperanno al piano di finanziamento, potranno partecipare in qualità di osservatori alle riunioni in cui – badate bene - si stabiliranno le condizioni che lo Stato dovrà rispettare per poter ottenere i soldi. MESSORA: Quindi, ricapitoliamo, c'è questa crisi mondiale, ma di cui soprattutto ne stanno facendo le spese i famosi PIGS, l'Europa del sud, tra cui noi, e per risolverla, siccome uscire dall'euro dicono che ci costerebbe troppo, ci stanno indebitando mani e piedi, come dei capretti, nei confronti della grande speculazione, delle banche, dei finanzieri, che avranno la sovranità, in poche parole. Perché si tratta di questo, di svendere la propria sovranità. Cioè siccome costerebbe troppo, a livello di inflazione, a livello di svalutazione, uscire dall'euro o comunque porre, indicare un'altra soluzione a questo problema della crisi, allora svendiamoci anima e corpo a queste grandi organizzazioni che potranno fare quello che vogliono, entrare in Parlamento e controllare, verificare se facciamo i compiti, per tutta la vita. Non mi sembra un gran guadagno come soluzione. UNDIEMI: Ma assolutamente no, non è sicuramente un guadagno nei confronti di uno Stato democratico e dei suoi cittadini. Questo è scontato. E voglio fare anche una piccola riflessione sia sul problema dell'uscita o non uscita non dall'euro, che sulla applicazione di una politica di matrice keynesiana, anche perché questi sono due argomenti molto trattati anche in rete. Dal punto di vista dell'uscita o non uscita dall'euro, io oggi non voglio dare quello che è il mio parere, quello che posso dire è che se le condizioni speculative vengono mantenute in questo modo, se la corruzione politica continua a dilagare, soprattutto per quanto riguarda la gestione del bene pubblico, uscita o non uscita dall'euro noi siamo comunque nei guai. Quindi il nostro grande problema è togliere dalla mani di questa gentaglia il nostro futuro e le decisioni sulla nostra economia. Perché dal momento in cui noi, tramite tutte queste aggressioni, siamo come paese privi di economia reale, qualsiasi soluzione di natura finanziaria non è idonea a far uscire dalla crisi. Ed è per questo che infatti anche negli Stati Uniti ci si sta ponendo il problema che liquidità non significa necessariamente crescita, cioè quell'idea keynesiana secondo cui in un periodo di crisi occorre rilanciare gli investimenti per attuare anche un incremento dell'occupazione, diciamo non ha avuto i risultati sperati. Quindi un tot di liquidità ha prodotto un risultato, in termini di economia reale, minimo rispetto all'investimento effettuato e comunque sia ciò si è tradotto anche negli Stati Uniti in un aumento del debito pubblico, tant'è che anche negli Stati Uniti si inizia a parlare di austerity. Allora qual è quel problema comune che mette insieme la crisi europea con quella degli Stati Uniti, che non può essere risolta con l'idea politica di Keynes? Ritorniamo al punto di partenza. Se la politica non individua le cause della crisi e realizza delle barriere protettive in favore dell'economia reale e dello stato democratico, qualsiasi altra soluzione di natura finanziaria, monetaria, fiscale, eccetera, non ci farà, chiaramente, uscire dalla crisi. MESSORA: Perché la speculazione, la grande speculazione, fa grande incetta di capitali, che sono capitali reali ma che restano in qualche modo virtuali, finché non si traducono in diritto di prelazione sull'economia reale, e poi quando è il momento cerca di acquistarsi i beni fisici delle persone, le aziende, eccetera. UNDIEMI: Infatti c'è un altro passaggio che dobbiamo bene mettere in evidenza, che è il lancio del nuovo Piano Marshall a livello europeo e cioè un investimento di circa 200 miliardi in infrastrutture. Il problema è sempre come si tenta di risolvere i problemi. Non è tanto l'obiettivo. Rilanciare gli investimenti è chiaro che dobbiamo farlo. Ridurre il debito pubblico è chiaro che dobbiamo farlo. Il problema è: in favore di chi devono andare gli investimenti e chi deve pagare il debito pubblico. È chiaro che l'attuale politica è orientata a far pagare il debito pubblico ai cittadini piuttosto a chi ha generato la crisi. Per quanto riguarda il piano Marshall e l'investimento di 200 miliardi, è previsto che siano tre gli strumenti da mettere in campo per investire questi 200 miliardi. È il fondo salva-stati di cui abbiamo parlato. In realtà loro fanno riferimento a quello precedente o quello momentaneo, ma è chiaro che poi si andrà a quello... MESSORA: L'EFSF. UNDIEMI: Esatto. I project bond e gli eurobond. Tralasciamo in questo momento gli altri due strumenti, anche perché vorrei capire meglio verso quale direzione andranno, però parliamo del fondo salva-stati. In che modo può intervenire il fondo salva-stati negli investimenti di una nazione? È chiaro che la nazione, per poter accedere al fondo, deve chiedere un prestito. Quindi, in ogni caso, anche questo nuovo piano Marshall sarà probabilmente a debito. E l'aspetto preoccupante del MES - e con questo voglio chiudere questo intervento – è che nel momento in cui il MES godrà di inviolabilità dei documenti e i soggetti che lo gestiranno godranno di immunità di giurisdizione, e considerato che nei piani di finanziamento il MES potrà anche fare ricorso al mercato finanziario esterno, chi ci garantisce che noi non corriamo il rischio di una grande operazione di riciclaggio di denaro sporco? Cioè chi ci garantisce che non siano i soldi della criminalità organizzata, quando la gestione del fondo non va dal lato della trasparenza, bensì da quello del totale oscuramento del controllo democratico sull'utilizzo dei fondi? MESSORA: È una risposta che dovrebbe dare la politica. UNDIEMI: Esatto. Io posso fare solo domande, chiaramente, ma queste risposte dovrebbe darle la politica. Però è chiaro che gli strumenti messi in campo in questo modo, anche perché considerate che nel momento in cui lo Stato non è in grado di pagare la propria rata, che può essere anticipata dal Consiglio dei governatori, oppure non riesce nemmeno a restituire le rate del prestito, viene tolto il diritto al voto. Quindi noi praticamente abbiamo finanziarizzato il nostro sistema democratico. Ed è inutile che i politici portano avanti l'altisonante dibattito su più o meno Europa. Qua stiamo uscendo fuori dai canali istituzionali e loro questo lo sanno. MESSORA: Però io ho sentito che il prossimo 23 maggio i nostri parlamentari si recheranno in pellegrinaggio a Berlino per discutere generalmente delle questioni, ratifiche, trattati. È vero? UNDIEMI: Sì, il 23 maggio i nostri parlamentari andranno in visita a Berlino, in vista della ratifica sia del Trattato ESM che del fiscal compact, che sono attualmente in corso di valutazione nelle sedi istituzionali perché appunto il Parlamento dovrebbe concedere la ratifica per l'ingresso dell'Italia,
per l'ingresso di questi due trattati in Italia e dunque per l'ingresso dell'Italia nell'organizzazione finanziaria intergovernativa ESM. Tra le altre cose è una data importantissima. Sappiamo tutti che il 23 maggio ricorre il ventennale dalla morte di Giovanni Falcone, un uomo che con la propria vita ha pagato il prezzo della lotta alla criminalità organizzata, dei poteri forti contro i sistemi democratici. Ha tutelato con la propria vita la nostra Costituzione. Dal mio punto di vista l'attuale politica sta distruggendo e massacrando il lavoro del magistrato perché, vi faccio un esempio, in un'udienza nel corso del processo dell'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, Falcone mise appunto in evidenza come mediante la strumentalizzazione delle società la criminalità organizzata mettesse nelle proprie mani l'utilizzo delle risorse pubbliche, cioè che l'utilizzo in qualche modo fittizio di società, consentono di nascondere chi sta dietro. E se noi pensiamo che oggi in Italia, così come nel resto del mondo, anche le grandi multinazionali, e con questo non voglio fare un diretto riferimento alla criminalità organizzata, ma proprio come collegamento al modo di utilizzare le società, nel momento in cui noi oggi abbiamo questo espandersi del cosiddetto gioco delle scatole cinesi, cioè anziché gestire un'unica impresa con un'unica società, si creano i gruppi di società, dove c'è una società madre e tanto società scatole cinesi, diventa più difficile attuare un controllo democratico sull'utilizzo eventualmente criminale, ma comunque sia più generale e legittimo dell'economia e della finanza. Quindi questo è il passaggio. Cioè è su questo punto che la politica dovrebbe concentrarsi, non soltanto in Italia ma anche nel resto del mondo, se non vogliamo uccidere il lavoro di Falcone. La Corte dei Conti ha proprio messo in evidenza che un grande problema dell'Italia, anche per i conti, è quello dell'ingerenza della politica corrotta nella nostra economia. E nel momento in cui i nostri governanti non stanno contrastando questo percorso ma stanno in qualche modo tentando di istituzionalizzare quelle che sono le tendenze anomale della finanza, stanno distruggendo il lavoro di Falcone. Perché lui ha cercato con la vita la verità, quella che oggi nessuno vuole fare in Parlamento. Perché del trattato ESM dovrebbero parlare tutti quanti e incatenarsi pur di non farla approvare. MESSORA: Io so che tu hai cercato di far concentrare almeno una forza politica, che è l'Italia dei Valori, su questo passaggio. Ti hanno risposto? UNDIEMI: No. Il 15 gennaio di quest'anno chiesi a Orlando di intervenire contro la ratifica di questo trattato o quantomeno di parlarne e di capire bene appunto cosa significano tutti quei concetti inseriti nel testo. Lui mi chiese di preparare una bozza di mozione parlamentare che io gli consegnai il 19 gennaio e da quel momento in poi non abbiamo praticamente quasi più avuto alcun tipo di conversazione su questo argomento. Poi andando sul sito, diciamo sui siti istituzionali, vidi insomma che in realtà Italia dei Valori si era espressa diciamo in favore del fondo salva-stati, senza comunque fare un diretto riferimento all'ESM. Poi ho continuato a chiedere spiegazioni. Ho scritto a Di Pietro, ho scritto a Maurizio Zipponi, ho scritto al segretario regionale, che è anche senatore, Fabio Giambrone, ma non ho avuto alcuna risposta se non quella “va beh, sì, adesso vediamo cosa si può fare”, eccetera, e per questo ho dato le mie dimissioni dal partito. Il 23 maggio in Regione Toscana, con alcuni Consiglieri regionali provenienti da diverse parti d'Italia, abbiamo organizzato una conferenza stampa per presentare, quantomeno a livello regionale, quella bozza di mozione parlamentare che Italia dei Valori non ha preso in considerazione e che non hanno preso in considerazione nemmeno i parlamentari degli altri partiti dal momento in cui l'abbiamo messa a disposizione di tutti quanti. Insomma, non finisce qua.  
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